Sbrissa: «La formazione professionale, chiave per ridurre il mismatch tra scuola e lavoro»

«Parliamo di lavoro del futuro, ma quel lavoro è già qui. Per capirlo, basta guardare il modello vincente della formazione professionale», spiega l’amministratore delegato di Enaip Veneto. Più che un disequilibrio tra domanda e offerta, aggiunge, c’è una percezione errata da parte di chi «ancora pensa che i tecnici siano lavoratori di serie B, mentre numeri e dati dimostrano il contrario»

«La tecnica è bellezza e il lavoro professionale è il mix vincente di tecnica, bellezza e competenza». Giorgio Sbrissa è Amministratore delegato di Enaip Veneto e dal marzo, scorso, presidente di Forma Veneto, l’associazione regionale degli enti di formazione professionale di ispirazione cristiana, di cui fanno oggi parte Cnos-Fap Veneto (Salesiani), Ficiap Veneto, Enaip Veneto, Fondazione San Nicolò, Fedform Veneto, Ciofs-FP, Irigem e Centro Produttività Veneto. Sbrissa parla con grande passione di «quell’enorme bacino di capacità di generare futuro che è la formazione professionale». Un tema, questo, che accanto al rapporto tra scuola e società, tra scuola e formazione e tra formazione e lavoro è al centro del numero di settembre di Vita.

leggi l’intervista su Vita.it del 10 settembre 2021

Luigi BobbaSbrissa: «La formazione professionale, chiave per ridurre il mismatch tra scuola e lavoro»
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Formazione professionale, il modello funziona ma a due velocità: Centro e Sud arrancano

La mappa dell’Inapp: gli iscritti sono triplicati, ma le Regioni del Nord sono spedite nell’aggiornare e offrire percorsi di studio legati ai cambiamenti nel mercato del lavoro mentre le altre faticano. Così gli Its sono ancora eccellenze per pochi. Gli sbocchi occupazionali

La formazione professionale? Funziona. Meglio al Nord però, il Sud e il Centro sono indietro. E funziona meglio se si completano tutte le fasi, arrivando a quella che è un po’ “l’università” della formazione professionale, quegli Its, Istituti tecnici superiori che stando al passo con i cambiamenti del mercato del lavoro sfornano professionisti in grado di lavorare subito. Specialisti corteggiati dalle imprese del territorio. E’ ormai qualche decennio che se ne parla, ma gli Its rimangono ancora pochi.
 
La conferma della buona salute della formazione arriva dal Rapporto dell’Inapp, Istituto sulle analisi delle politiche pubbliche, erede dell’Isfol. A tre anni dal completamento del percorso di istruzione e formazione professionale lavora infatti il 69,2% dei diplomati e il 62,2% dei qualificati, con un tasso di coerenza dell’occupazione rispetto al percorso formativo del 76% tra i diplomati e del 72% tra i qualificati. Tradotto, chi li ha frequentati ha un lavoro in linea con quanto ha studiato.
 
A due anni di distanza dal conseguimento della specializzazione con l’istruzione e formazione tecnica superiore (Ifts) la quota di occupati è del 64%. Il tasso di occupazione a un anno dal diploma per gli Istituti tecnici superiori (Its) sale all’83%, con una coerenza tra percorso formativo e occupazione del 92%. Insomma la formazione professionale sembra funzionare, almeno a detta di Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp. “Appare evidente – ha dichiarato Fadda, presentando il Rapporto – come tali filiere non si trovino a vivere la criticità tipica di altre componenti del sistema educativo nazionale, il cui tradizionale limite è costituito dalla debolezza del legame fra formazione e lavoro. Al contrario, questo legame costituisce la principale chiave del successo di queste tipologie di percorsi. E il mondo imprenditoriale guarda infatti con grande attenzione a questi percorsi che costituiscono un bacino di reclutamento delle professionalità tecniche di livello iniziale e intermedio”.
 
Sempre più ragazzi cercano la strada del professionale, tant’è che il sistema ha visto quasi triplicare la partecipazione degli utenti, tra percorsi realizzati nell’ambito dei centri accreditati e percorsi erogati dagli istituti professionali in regime cosiddetto di ‘sussidiarietà’. Si è passati infatti dai 107mila allievi nell’anno formativo 2009-10 per arrivare, con l’avvento dei percorsi negli istituti professionali, a 348mila del 2014-15, fino ai 288mila iscritti nel 2018-19. Altri numeri, più contenuti, per i percorsi di alta specializzazione. Quelli sui quali in fondo punta il governo.
 
C’è però un’Italia di nuovo spaccata a metà. “L’efficacia nel rispondere alle richieste del mondo del lavoro – sottolnea Fadda – è data in gran parte dalla capacità delle amministrazioni e dei progettisti di formazione di rilevare i fabbisogni di competenze dei territori attraverso analisi mirate che permettano la definizione tempestiva dei profili in uscita dalla filiera lunga, in sintonia con i rapidi mutamenti del mercato nazionale e locale”. Per ogni Regione c’è un percorso diverso. Difficile trovare un comun denominatore “che abbia validità nazionale e sia, al contempo, in grado di intercettare i fabbisogni di 21 diverse realtà, tra Regioni e Province autonome”.
 
“Inoltre il sistema proprio perché in capo alle Regioni – aggiunge Fadda – nasce e si sviluppa in maniera non omogenea sul territorio nazionale, secondo le scelte di politica formativa delle diverse amministrazioni. Nel Nord imprenditoriale, dove esiste una forte domanda di operatori e tecnici da parte delle imprese e una presenza consolidata di centri di formazione professionali, le amministrazioni hanno sostenuto robustamente tali percorsi favorendo la crescita della partecipazione. Lo stesso non è stato fatto al Centro e al Sud, dove si è preferito promuovere i percorsi realizzati dagli istituti professionali in regime di sussidiarietà integrativa. Una disomogenità che appare assai poco in linea con i dettami costituzionali di pari opportunità formative”.
 
La soluzione? “Sia a livello nazionale che a livello regionale appare necessario definire procedure più snelle e soprattutto continuative e non episodiche di aggiornamento dei repertori delle filiere formative”. Anche perché, è bene dirlo, ormai c’è una concorrenza spietata di scuole professionalizzanti private.

Leggi l’articolo di Repubblica del 05 Settembre 2021

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Verso una proposta di legge per l’apprendistato formativo ed il contratto di inserimento lavorativo

 

Dopo una iniziale forte accelerazione concomitante con la sperimentazione del sistema duale di apprendimento avviata nel 2016/2018, l’apprendistato formativo di I e III livello (D.Lgs 81/2015 – Titolo V) ha subito un sostanziale rallentamento. Il primo si attesta oggi attorno agli 11 mila apprendisti assunti annualmente, il secondo, non raggiunge i mille contratti (fonte COB – MLPS).

Lo strumento che, più di ogni altro, ha dimostrato di essere un efficace mezzo per ridurre la lunga transizione dei giovani italiani tra la fine degli studi e l’inserimento lavorativo e che ha dato buoni risultati nel contrastare la dispersione scolastica, rappresenta oggi in Italia un segmento del tutto marginale del mercato del lavoro, nonostante le forti aspettative che aveva suscitato. Oggi è la sfida del post covid 19 che ci obbliga a fare i conti con una forte ripresa della disoccupazione giovanile e con un inadeguato assetto delle politiche attive -soprattutto riguardanti le insufficienti sinergie con i sistemi di istruzione e formazione professionale-. Questa stessa sfida ci pone con forza la questione di rendere più incisivo l’intero assetto dell’apprendistato formativo sia per potenziare l’inserimento lavorativo dei giovani, sia per allargare l’area di intervento di questo contratto di formazione e lavoro verso i lavoratori in transizione, i giovani NEET, i disoccupati di lunga durata, i percettori di reddito di cittadinanza, i lavoratori in cassa integrazione o in Naspi. (continua)

 

leggi l’articolo di Luigi Bobba (Presidente di Terzjus), Maurizio Drezzadore (Consulente di Formazione), Marco Muzzarelli (Direzione Nazionale Fondazione ENGIM) su Bollettino ADAPT 12 luglio 2021, n. 27

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FORMAZIONE PROFESSIONALE. CANALIS (PD): “RITARDI SULL’ACQUISTO DEI DEVICES INFORMATICI”

FORMAZIONE PROFESSIONALE. CANALIS (PD): “RITARDI SULL’ACQUISTO DEI DEVICES INFORMATICI. SIAMO ALLA TERZA ONDATA E 6.000 STUDENTI PIEMONTESI DELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE SEGUONO ANCORA LA DAD SUL CELLULARE”
Monica Canalis (Pd): “Piemonte fanalino di coda. Veneto, Emilia-Romagna e Toscana già nella prima ondata avevano fornito tablet e pc agli studenti svantaggiati. Così si rischia un boom della dispersione scolastica”.
«Il 10 dicembre scorso la Giunta Cirio aveva bocciato un mio Ordine del Giorno, che chiedeva di acquistare i devices per la Didattica a Distanza dei centri di formazione professionale, ed oggi, che in Piemonte questi studenti tornano in Dad, i devices non sono ancora arrivati.
Da molti mesi l’assessore regionale Elena Chiorino promette l’uscita di un bando da 6 milioni di euro, a parziale ristoro delle spese straordinarie sostenute dalle Agenzie di formazione professionale, in cui rientrerebbero le attrezzature per la Dad e quindi l’acquisto dei devices, ma il rischio è che questi soldi arrivino a pandemia finita e che, intanto, cresca il numero di ragazzi che abbandonano gli studi per l’impossibilità di seguire agevolmente le lezioni sullo schermo di uno smartphone.
La formazione professionale è competenza esclusiva delle Regioni e, infatti, moltissime Regioni hanno già acquistato i devices. L’omologa veneta dell’assessore Chiorino, Elena  Donazzan, lo aveva fatto già durante la prima ondata della pandemia.
In Piemonte circa 17.000 studenti frequentano ogni anno i percorsi di qualifica in obbligo di istruzione. Numeri grandi, che tuttavia non sembrano ottenere la necessaria attenzione da questa Giunta se si consente che circa 6.000 di questi non abbiano ancora un device.
Il modello piemontese della formazione professionale è un’eccellenza di livello nazionale che ha ridotto la dispersione scolastica, migliorato l’orientamento e garantito al Piemonte di essere in cima alla lista delle Regioni italiane per utilizzo del Fondo Sociale Europeo.
Per essere all’altezza di questo modello, serve più puntualità nella presentazione dei bandi, meno promesse e più concretezza (i termoscanner non sono mai arrivati…).
Questa volta non si può addebitare il ritardo al Governo nazionale. La Giunta Cirio prenda esempio dalle altre Regioni e ponga rimedio al più presto alla grave mancanza di devices, che si abbatte sulle nuove generazioni e sulla fascia più svantaggiata della popolazione».
Monica CANALIS, vice segretaria Pd Piemonte e consigliera regionale
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Formazione duale e reskilling

L’occupazione è la prima sfida di Mario Draghi. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza su cui il Governo sta lavorando sarà fondamentale per rilanciare il lavoro. Sul numero del magazine di marzo proviamo a indicare un orizzonte possibile, concreto e ad alto impatto

leggi qui l’articolo di Luigi Bobba pubblicato a pag. 29 di Vita Magazine, #3 marzo 2021

Il nuovo governo e il ministro del Lavoro Andrea Orlando si troveranno subito di fronte ad una scelta rilevante: se prorogare o meno il blocco dei licenziamenti in vigore fino al 31 marzo. Stop ai licenziamenti, nuovo piano ristori per autonomi e collaboratori e Cassa integrazione sono temi spinosi ma che rappresentano solo la parte emersa dell’iceberg. Ma allo stesso tempo, il rischio di di un impatto devastante deriva ancor di più dalla parte nascosta dell’iceberg – lavoro. E, come si sa, ciò che le acque nascondono è molto più grande e pericoloso,di quello che riusciamo a vedere in superficie. Fuor di metafora, la parte nascosta dell’iceberg è rappresentata dai dati che l’Istat ci ha messo sotto gli occhi poche settimane fa. Nonostante il blocco dei licenziamenti, il sistema Italia ha perso nell’ultimo anno 444.000 occupati. Di questi, i tre quarti sono donne. Il prezzo più pesante lo hanno pagato le persone con contratto a termine (-393.000) e i lavoratori autonomi (- 209.000). Il 30% circa dei giovani sono inoccupati e si è gonfiato il numero degli inattivi,cresciuti di 150.000 unità. Come evitare che giovani, donne, precari e lavoratori autonomi siano ulteriormente colpiti dalla crisi pandemica? Certo, bisogna investire,fare “debito buono”come ha detto il presidente del Consiglio Draghi, creare cioè le condizioni perché le imprese possano crescere ed innovare. Ma non basta. Uno dei nodi irrisolti riguarda la carenza di politiche attive del lavoro. Ecco una delle priorità del PNRR, da tener ben presente nella riscrittura che il nuovo Governo intende fare. Per questa “missione” suggerisco tre vie che presuppongono sia un’adeguata destinazione di risorse,che una necessaria riforma delle attuali normative.

Innanzitutto, sviluppare il sistema duale della formazione. Nato con il Jobs Act, è incentrato essenzialmente su due strumenti: apprendistato formativo e istruzione tecnica superiore. Quali le ragioni per motivare tale scelta? Primo:per abbattere il tasso di abbandono scolastico nel conseguimento della licenza dell’obbligo e dei titoli secondari – oggi superiore al 16% – per portarlo, come ci chiede la UE,sotto il 10%. Secondo: il nostro Paese,nonostante l’alto tasso di inoccupazione giovanile, presenta un forte mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Unioncamere ci dice che le imprese hanno difficoltà a reperire operai specializzati, tecnici, professionisti e artigiani sia per carenza di candidati che per mancanza delle competenze necessarie. Il sistema duale di istruzione e formazione si è rivelato – in questi ultimi tre anni – uno strumento efficace per ridurre l’abbandono scolastico e favorire la transizione scuola/lavoro. Forma – la principale rete delle agenzie formative accreditate dalle Regioni – ha avanzato una proposta che l’ultima versione del PNRR ha recepito solo parzialmente. Serve un investimento di più di 5 miliardi per raggiungere circa 160.000 giovani disoccupati senza un titolo di studio secondario in modo da farli accedere, in apprendistato formativo, all’ultimo anno dei percorsi triennali di Ie FP per il conseguimento della qualifica o del diploma professionale. E di coinvolgere, circa 400.000 Neet con diploma di scuola secondaria, da inserire, in apprendistato duale di terzo livello, finalizzato al conseguimento di un diploma ITS.(Istruzione Tecnica Superiore)

Una seconda via a cui attribuire risorse è il Servizio civile. La legge di bilancio 2021 ha disposto di portare a 300 milioni lo stanziamento annuale, in modo da poter avviare circa 55.000 volontari in servizio civile. Un buon segnale ma insufficiente per accogliere tutte le domande di coloro che vorrebbero fare questa esperienza, che sono 80/100.000 ogni anno. Infatti, il Servizio civile si è rivelato uno strumento utile per far crescere una cultura della solidarietà,ma altresì un modo per consentire ad alcune decine di migliaia di giovani di fare un’ esperienza utile per maturare competenze spendibili per il successivo inserimento professionale. Diverse ricerche ci dicono che la possibilità di occuparsi e la durata della transizione scuola/lavoro sono significativamente migliori per i giovani che hanno fatto servizio civile rispetto alla generalità della popolazione giovanile. E per diffondere la cultura del volontariato e dell’impegno civico si potrebbe altresì sperimentare un’alternanza scuola/servizio civile per tutti i giovani tra i 16-18 anni che frequentano una scuola secondaria o la formazione professionale. Due strade complementari che richiedono complessivamente circa due miliardi di investimento.

Infine,sul piano delle riforme occorre mettere mano rapidamente alla regolazione degli strumenti di inserimento al lavoro dei giovani: tirocinio e apprendistato. La prospettiva è quella di avere l’apprendistato come unico e vero contratto di formazione. Tale obiettivo passa attraverso la revisione sia della normativa sui tirocini che dell’apprendistato. Circa i tirocini si potrebbe seguire la via francese, riducendo drasticamente la possibilità di attivare tirocini extracurricolari e legando la durata degli stessi al tipo di mansione che si andrà a svolgere. E, allo stesso tempo, fissare l’obbligo per i tirocini curricolari ( quelli che vengono attivati durante il percorso di studi) di una retribuzione minima di 350/400 euro mensili . Questa revisione porterebbe a rafforzare il sistema duale di istruzione formazione facendo dell’apprendistato un vero contratto formativo finalizzato ad ottenere, anche lavorando,un titolo secondario o terziario. Oggi l’apprendistato, articolato su tre livelli, è troppo macchinoso per poter essere facilmente utilizzato dalle imprese che, in molti casi, anche per il minor costo e i minori vincoli, si affidano ai tirocini. Inoltre,quello più scelto dalle imprese non è un vero contratto formativo,- l’ apprendistato di secondo livello – in quanto la formazione è ridotta a meno di 150 ore e non dà luogo al conseguimento di un titolo di studio. Naturalmente anche qui serve un investimento di risorse per ridurre la contribuzione dovuta dal datore di lavoro e sostenere i costi per i tutor aziendali. E, sul versante delle scuole e delle agenzie formative,destinare più risorse per avere moduli formativi flessibili e compatibili con l’organizzazione delle imprese,introducendo la figura professionale del tutor per l’orientamento e l’inserimento al lavoro.

In sostanza, rafforzamento del sistema duale di istruzione, revisione della normativa su tirocinio e apprendistato e realizzazione di un servizio civile veramente universale darebbero forma ad un investimento sui giovani come unica e vera garanzia di equità generazionale. Non dimentichiamo che i 2/3 delle risorse di Next Generation Eu, dovremo restituirle entro il 2058 . Dunque, stiamo impegnando risorse di cui i nostri figli e nipoti avranno l’onere di restituire. Solo cosi il PNRR sarà veramente un programma da Next Generation Italia. 

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Altro che bonus e sussidi, ai giovani serve lavoro e formazione

Leggi l’articolo di Maurizio del Conte su Il foglio del 3 settembre 2020

 

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Escola Estrela do Mar: non solo luogo di apprendimento ma anche laboratorio per fare cose utili per la comunità

Alla Estrela do Mar di Inhassoro stanno per terminare gli esami. Con il Natale, infatti, si conclude l’anno scolastico ed è tempo di risultati e di bilanci.

Dal vicedirettore dell’Istituto Tecnico Industriale (creato dalle Acli e dai nostri missionari vercellesi), Celso Guissemo, ricevo una documentazione su un progetto particolarmente originale che è stato realizzato in questo anno 2019. Si chiama “Provare a fare manutenzione e riparazione di piccoli elettrodomestici”. Ha visto coinvolti 54 studenti (di cui 6 ragazze) del corso di “elettricità industriale” guidati da tre formatori e si è svolto con un modulo della durata di quattro mesi. Di che si tratta? Innanzitutto gli studenti sono stati sensibilizzati a raccogliere dalle loro famiglie e dalla comunità di Inhassoro dei piccoli elettrodomestici non più funzionanti ma ancora in buono stato. Sessantatré famiglie hanno accettato di far pervenire alla scuola piccoli elettrodomestici di varia natura: dai ferri da stiro ai ventilatori; dai fornelli elettrici ai frullini; da lampade a basso consumo a lettori cd; e anche qualche decoder TV o amplificatori; e perfino una pompa per l’acqua. I ragazzi,seguiti dai formatori, si sono messi al lavoro hanno riparato 104 dei 115  elettrodomestici che erano stati consegnati,  più del 90% del totale. Il progetto ha dunque conseguito un duplice risultato: i ragazzi hanno verificato sul campo che possono applicare le conoscenze che hanno imparato a scuola e che le loro competenze sono importanti per trovare un lavoro. Le famiglie hanno visto che la scuola può, oltre essere un luogo di apprendimento, diventare un laboratorio per fare cose utili per la comunità. Il valore del lavoro di riparazione effettuato può essere quantificato in circa 30.000 meticais (circa 450 euro). Ma il valore più importante sta nel fatto che i ragazzi si sono resi conto che le loro competenze sono effettive  e la comunità di Inhassoro ha percepito quanto l’investimento nella scuola sia una risorsa decisiva per il futuro dei propri giovani. Insomma attraverso la riparazione e il riuso di questi oggetti, si è anche dato vita ad un piccolo esperimento di economia circolare.

 

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