La sfida del servizio civile: obbligatorio o volontario?

Sempre più ragazze e ragazzi chiedono di poter accedere al servizio civile: è giusto allora renderlo obbligatorio? Cinque ragioni per il sì contro cinque ragioni per il no

«Propongo di creare un corpo di servizio civile, poiché questo tipo di lavoro assume un valore preciso, concreto, non solo per contrastare la crisi odierna ma perché è lo strumento per creare una futura ricchezza nazionale». Sono parole del trentaduesimo presidente americano, Franklin D. Roosevelt che, per contrastare la coda lunga della Grande Depressione, nel 1933 raccolse 275.000 volontari in una delle più straordinarie esperienze di mobilitazione civica, il “Civilian Conservation Corps”. Cosa possiamo imparare da questa esperienza?

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Il volontariato non è la ruota di scorta dello Stato

Luigi Bobba, padre della riforma del terzo settore, spiega i vantaggi del registro del no profit. “Il volontariato non è la ruota di scorta dello Stato. Ma se morissero le associazioni la vita della nostra città sarebbe fortemente impoverita”

Sposato, due figlie, classe 1955, Luigi Bobba è uno dei padri della riforma del terzo settore, nel cui ambito ha speso gran parte dell’attività professionale e politica: vicesegretario dei giovani delle Acli negli anni ‘80, responsabile delle attività dei servizi e del lavoro delle Acli a Roma, nel 1994 vice-presidente nazionale delle Acli e presidente dal ‘98 al 2006. Portavoce del forum del terzo settore nel ‘97-’98, uno dei soci fondatori di Banca Etica e vice-presidente per due mandati, creatore 25 anni fa con la Fiera di Verona di Job&Orienta, occasione che metteva insieme quello che oggi è compreso sotto il cappello dell’alternanza scuola-lavoro e apprendistato formativo, un incontro fra le imprese, la formazione, la scuola e il lavoro. 

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“Ridare un’anima alla politica riformista”. Intervista a Luigi Bobba

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Presidente Bobba, lei è stato un protagonista per molti anni della politica sociale del nostro Paese. Come giudica, dal suo punto di vista, l’atteggiamento del governo verso il sociale?  
Ciò che mi colpisce nelle politiche del Governo, è la mancanza di un disegno che abbia al centro il destino delle generazioni future. Sull’altare del Reddito di cittadinanza e di Quota 100, sono state sacrificate gran parte delle misure con un orizzonte che non fosse meramente quello del prossimo appuntamento elettorale. Cosi’, introducendo quota 100 si impegnano più’ risorse per le persone adulte o anziane; un debito che dovrà’ essere pagato dai giovani che entrano ora nel mercato del lavoro . Poi, per non tradire le attese del ricco bacino elettorale del Sud, i 5 Stelle hanno deciso di impegnare più’ di 7 miliardi nel reddito di cittadinanza. Una scelta che difficilmente potrà generare nuovo lavoro, far acquisire ai giovani le competenze oggi richieste dalle aziende e dare un vigoroso impulso alle politiche attive del lavoro. Probabilmente queste due misure saranno paganti sul piano elettorale anche se ben presto si riveleranno un boomerang per il Paese e in particolare per i giovani. Ci sarebbe invece bisogno di politiche con un respiro almeno di medio periodo quali l’introduzione di un assegno universale per i figli a carico (come accade in Germania), di una politica fiscale che non penalizzi le famiglie specialmente quelle con redditi medio bassi; di affrontare con decisione il tema dei “grandi anziani”, il cui numero nei prossimi 15 anni crescerà esponenzialmente, nonché’ di sconfiggere la trappola della povertà’ con una solida alleanza tra istituzioni e Terzo settore. Tutto questo è pero’ scomparso dai radar delle forze di Governo, ma i problemi di un Paese che ha un crescente indice di dipendenza tra lavoratori attivi e pensionati; che spende malamente una quantità’ tutt’altro che modesta di risorse in servizi socioassistenziali; che è privo di un duraturo sostegno alla natalità e alle responsabilità’ genitoriali, restano tutti davanti a noi. E il conto di queste scelte sbagliate sarà ancora una volta scaricato sulle generazioni future.

 Nella manovra, appena approvata, c’è il reddito di cittadinanza,  e c’è anche la “tassa sulla bontà” (che secondo il Governo sarà tolta in un provvedimento ad hoc).  Cos’è questo? dilettantismo? 
Piu’ che cancellare la povertà’, hanno provato a rendere invisibili i poveri. La “tassa sulla bontà” – ovvero il raddoppio dell’Ires sugli utili delle organizzazioni non profit,- è il frutto di una mancanza di conoscenza del mondo del terzo settore. Le dichiarazioni della viceministra dell’Economia Laura Castelli sono la macroscopica dimostrazione di tale ignoranza. E quindi, pur di non ripensare reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni, si sono cercate risorse un po’ a casaccio andando pero a colpire i più’ deboli: le organizzazioni non profit che si occupano di assistenza ai malati e ai disabili; gli insegnanti di sostegno nella scuola; le famiglie con figli che avranno meno trasferimenti dei single. Quando si fanno promesse mirabolanti agli elettori, si finisce per mettere in campo politiche non solo irragionevoli ma anche controproducenti.

Lei è anche un esperto di politiche attive per il lavoro. Il lavoro infatti è la priorità prima per gli italiani. Il governo vuole venire incontro al dramma della disoccupazione con il reddito di cittadinanza.. Basta? Non c’è il rischio di un clamoroso flop? 
Molti osservatori hanno espresso seri dubbi sulla possibilità di generare nuova occupazione attraverso uno strumento come il reddito di cittadinanza. Al Sud tale strumento di integrazione al reddito , potrebbe incrementare(lo studio viene da un osservatorio indipendente come la CGIA di Mestre) proprio il lavoro irregolare; mi prendo il reddito di cittadinanza e continuo a lavorare in nero. Un cortocircuito che potrebbe generarsi anche con un allargamento a dismisura di stages e tirocini. Per di più risulta poco credibile che i Centri per l’impiego – che peraltro dipendono dalle Regioni – possano gestire una simile massa di dati e di persone e contestualmente svolgere controlli efficaci per evitare che tutto si risolva in un intervento meramente assistenziale. Servirebbe invece dare seguito alle politiche avviate dai governi di centrosinistra, ovvero: attrarre investimenti anche stranieri, sostenere e sviluppare l’alternanza scuola lavoro ( che invece la legge di bilancio riduce e penalizza), promuovere e allargare il sistema duale nella formazione professionale attraverso l’apprendistato formativo; triplicare il numero dei giovani che possono accedere agli ITS che si sono rivelati un efficace percorso formativo per inserirsi realmente al lavoro; abbattere in modo durevole il costo indiretto del lavoro per le imprese, premiando in particolare quelle che assumono giovani con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Tutto questo non c’è nelle priorità’ del governo e gli effetti già si cominciano a vedere: Pil che rallenta e si ferma; occupazione che perde colpi, probabile aumento della pressione fiscale nel 2019; insomma prove generali di “ decrescita infelice”.

Il terzo settore è una grande risorsa del nostro Paese, è quell’Italia che “cuce ” per dirla con il Presidente Mattarella. Come sta procedendo l’attuazione della riforma del terzo settore? 
“E’ l’Italia che ricuce e che da fiducia” ha detto Mattarella nel discorso di fine anno evocando i soggetti del terzo settore. E’ un’ Italia spesso invisibile ma presente nella vita quotidiana delle persone nelle nostre comunità anche quelle più’ marginali. La riforma del Terzo settore – approvata tra il 2015 e il 2017 -aveva l’obiettivo di dare un vestito normativo unitario a tutti questi soggetti. Merito del nuovo Governo è stato quello di portare a conclusione i due decreti correttivi – sull’impresa sociale e sul Codice del terzo settore – già predisposti dal governo Gentiloni. Per il resto tutto è rimasto fermo o quasi. D’altra parte, invece, il vicepremier Di Maio , parlando al Forum del Terzo settore due mesi orsono, aveva dichiarato che la riforma del terzo settore era una buona riforma proprio perché scritta con le organizzazioni non profit e che il governo era impegnato a darne piena applicazione attraverso tutti gli atti amministrativi ancora necessari. Spero che nel 2019 si cancelli la “tassa sulla bontà”,( il Governo lo ha confermato anche nell’incontro del 10 gennaio con il Terzo settore); che si proceda rapidamente all’istituzione del Registro unico degli enti del terzo settore,; che si dia avvio al social bonus e ai Titoli di solidarietà e che si completino i diversi decreti rimasti nel cassetto in questi primi sette mesi di governo.

Parliamo del discorso di fine anno del Presidente Mattarella. Un discorso chiaro che si è posto in maniera alternativa alla “predicazione ” leghista. Ha avuto grande successo mediatico. Insomma il valore della solidarietà è ancora presente nella mente e nel cuore degli italiani? Oppure ha ragione il Censis quando afferma che negli italiani c’è un sovranismo psichico?
Il Censis ha colto un tratto emergente nel sentire del Paese coniando il neologismo di “sovranismo psichico”. Ovvero la percezione della realtà a volte diventa più’ vera e importante di quella effettiva; per esempio : gli italiani credono che gli stranieri in Italia siano il 27% mente in realtà’ sono meno del 9 % . Ecco perchè lo slogan leghista “prima gli italiani” ha fatto cosi’ presa. Ma nel paese ci sono anche molti anticorpi, la società’ civile non e’ morta e ha una sua spinta generativa. Il compito ora è come dare rappresentanza a queste energie per evitare che prevalga il “cattivismo”. D’altra parte la rivolta dei sindaci contro gli effetti perversi del decreto sicurezza o il movimento delle “madamin” per dire Si’ alle infrastrutture e allo sviluppo, indicano che esiste una volontà’ di reazione , insomma una riscossa morale alla deriva sovranista e populista.

Lei è stato Presidente Delle Acli. La Chiesa è un argine contro il sovranismo e il populismo. In questi giorni cade il centenario dell’appello “ai liberi e ai forti” di Don Luigi Sturzo. Non le pare che sia venuto il tempo di un forte protagonismo laicale? Come rianimare il Centrosinista?
Certamente questa riscossa morale può trovare ragioni, valori e motivazioni in quella miriade di opere sociali e culturali che il cattolicesimo popolare ha generato nelle nostre comunità’ come risposta concreta ai bisogni delle persone , specialmente dei più deboli. D’altra parte lo stesso Luigi Sturzo , prima di lanciare l’appello “Ai liberi ai forti”, si era dedicato a costituire mutue, cooperative, forni sociali e a dar vita ad un fecondo municipalismo comunitario. Il Partito Popolare viene dopo. Per cui oggi è il tempo di ricostituire o rinvigorire quel tessuto generativo e tornare a parlare ai tanti cittadini impauriti e disorientati. E’ ai perdenti della globalizzazione che occorre rivolgersi per evitare che siano affascinati dalle parole d’ordine dei sovranisti e dei populisti. Ed è proprio a questi tanti cittadini dimenticati che occorre prestare ascolto con l’obiettivo ancora attuale di costruire una società libera , aperta e inclusiva. Questa è l’anima di una politica riformista , di sinistra ed europeista che coltiva ancora l’ambizione di governare il Paese avendo negli occhi e nella mente le attese e le speranze dei più’ giovani.

Luigi Bobba“Ridare un’anima alla politica riformista”. Intervista a Luigi Bobba
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Aumento delle tasse per le associazioni di volontariato e del terzo settore: un provvedimento ingiusto che grava su chi si impegna per il bene degli altri

Spieghiamolo bene: gli enti del terzo settore (ad esempio quelli che organizzano i volontari delle ambulanze e dei servizi di assistenza agli anziani) per legge sono tenuti a re-investire tutti gli utili che producono in nuovi mezzi, strumenti e altri investimenti e iniziative che possono servire a migliorare e allargare i servizi resi alla collettività.

Con il raddoppio della tassazione (dal 12% al 24%) quasi un quarto di questi utili saranno spesi in tasse invece che in ambulanze, deambulatori, mense per i poveri, formazione.

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Oleggio Grande si è dimostrata, dalla sua fondazione, molto sensibile alle tematiche del volontariato e del Terzo Settore. Al Terzo Settore, alle organizzazioni oleggesi di volontariato, abbiamo dedicato nel mese di settembre la prima uscita pubblica della nostra associazione, portando a Oleggio alcuni tra i massimi esperti nazionali e locali di questo comparto.

Come tutti abbiamo appreso in questi giorni che, tra i provvedimenti governativi approvati con la manovra di bilancio 2019, è previsto il raddoppio della tassazione (IRES) sugli enti del Terzo Settore.

Spieghiamolo bene: gli enti del terzo settore (ad esempio quelli che organizzano i volontari delle ambulanze e dei servizi di assistenza agli anziani) per legge sono tenuti a re-investire tutti gli utili che producono in nuovi mezzi, strumenti e altri investimenti e iniziative che possono servire a migliorare e allargare i servizi resi alla collettività.

Con il raddoppio della tassazione (dal 12% al 24%) quasi un quarto di questi utili saranno spesi in tasse invece che in ambulanze, deambulatori, mense per i poveri, formazione.

La nostra posizione al riguardo è netta: non pensiamo che sia una buona idea togliere soldi agli enti del Terzo Settore, che li spendono a favore delle persone in condizioni di bisogno (direttamente, immediatamente e senza burocrazia) per darli al bilancio di uno stato che in campo assistenziale (così come e in taluni altri campi) non sempre ha dimostrato di saper investire altrettanto efficacemente.

Per buona creanza, ma non senza una punta di indignazione, ci fermiamo qui con i nostri commenti.

Ma non possiamo fare a meno di riportare quelli di chi al Terzo Settore ha dedicato impegno e lavoro. Luigi Bobba, uno dei padri della riforma del Terzo Settore, già Presidente delle ACLI e nostro ospite-relatore al convegno oleggese di settembre, ha twittato così:

“(…) adesso colpiscono il volontariato che ogni giorno sta accanto ai poveri, ai malati, agli esclusi. Dicevano di abolire la povertà, invece cancellano i poveri”.

E così ha commentato Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo Settore:

“(…) Assurdo che debba essere proprio il Terzo Settore a pagare l’accordo con L’Europa. Un prezzo alto: da una prima stima, solo per il primo anno il volontariato italiano andrà a versare 118 milioni di Euro.”

Al proposito, e a conferma della nostra impressione, ci spiace ricordare che al nostro affollato convegno oleggese sulla riforma del Terzo Settore avevamo invitato anche il sottosegretario oleggese allo sviluppo economico; che non ha risposto al nostro invito, neanche con le rituali scuse per non poter partecipare. Ora, noi siamo piccola cosa e anche poco rilevante (e inoltre siamo sempre disponibili con le associazioni oleggesi a riprendere il filo di un dialogo costruttivo con il sottosegretario) , ma un po’ più di sensibilità nei confronti delle associazioni di volontariato del paese in cui vive non avrebbe guastato.

Con questi amari commenti e con queste previsioni non rosee, le associazioni di volontariato oleggesi si apprestano come tutti a entrare nel 2019. Facciamo a loro i nostri auguri e rinnoviamo il ringraziamento per l’opera che svolgono, e ci mettiamo a disposizione loro, e anche del sottosegretario, per sostenere ogni iniziativa utile per mandare ai nostri legislatori e governanti un segnale di dissenso su questo ingiusto provvedimento, per fare in modo che possa essere corretto al più presto.

“Mentre scriviamo è arrivata la notizia che il Governo sarebbe disposto a fare marcia indietro sul provvedimento. Bene, meglio così; anche se fare una legge e poi disfarla il giorno dopo non è propriamente una cosa seria.

Alti esponenti del Governo hanno affermato che, in effetti, l’intenzione originaria sarebbe stata quella di ‘punire quelli che fanno finto volontariato’. Una frase che rivela come nei confronti del volontariato esista un ingiustificato pregiudizio negativo, originato da molta disinformazione e ignoranza, anche ai livelli più alti dell’esecutivo.

Un esempio per tutti lo fornisce la Sottosegretaria all’Economia Castelli, che ignorava che gli utili degli enti del Terzo Settore (un pilastro dell’economia italiana) devono essere tutti re-investiti. Glielo ha fatto pubblicamente notare proprio Claudia Fiaschi, citata sopra, permettendo così alla Sottosegretaria di riuscire ad aggiungere una nuova perla alla serie di non-competenze che negli ultimi mesi ha pubblicamente dimostrato.

Morale: per questa volta (forse, se le nuove promesse saranno mantenute..) il pericolo è passato. Non sono però cancellate le perplessità sopra esposte. Insieme a una domanda: ma come le scrivono le leggi certi politici?

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Manovra, per il governo il «non profit» è un bene di lusso

Erano 65 anni che nessuno osava metter sullo stesso piano un’oreficeria di lusso, una multinazionale con 119 stabilimenti e il servizio ambulanze d’una valle alpina. La «finanziaria del popolo» l’ha fatto. Raddoppiando l’Ires al «non profit» per portarla al livello delle società che dal lucro sono mosse.

Leggi l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera

Luigi BobbaManovra, per il governo il «non profit» è un bene di lusso
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Servizio civile, nuovi bandi

esseciblog.it, 25.06.2018

Sul sito del Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale sono stati pubblicati venerdì 22 giugno scorso i bandi per la selezione 3.556 volontari da impiegare in progetti di Servizio Civile per l’attuazione del Programma Operativo Nazionale “Iniziativa occupazione giovani” – PON IOG, (Garanzia Giovani), nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Lazio, Sardegna e Sicilia.

Come ricorda il Dipartimento “possono partecipare ai bandi di selezione giovani di età compresa tra 18 e 28 anni, non occupati e non inseriti in percorsi di istruzione e formazione (i cosiddetti NEET). Ciascun giovane ha la possibilità di presentare una sola domanda di partecipazione e per un unico progetto di servizio civile da scegliere tra quelli inseriti nei bandi. Può presentare domanda anche chi ha già svolto il servizio civile, chi ha partecipato al progetto sperimentale europeo IVO4ALL o chi è stato impegnato nei Corpi civili di pace. La durata del servizio è di dodici mesi”. Le domande, redatte secondo le indicazioni contenute nei bandi, devono essere indirizzate direttamente all’ente che realizza il progetto prescelto e devono pervenire entro e non oltre le ore 14.00 del 20 luglio 2018. La selezione dei candidati è a cura di ciascun ente che realizza il progetto e che pubblicherà sulla homepage del proprio sito tutte le informazioni necessarie.

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Partecipazione: non solo like mordi e fuggi

Il volontariato è responsabilità e continuità. E la partecipazione è un dovere. Intervista con Luigi Bobba

Questa intervista su volontariato e partecipazione è tratta da VDossier n. 3/2017.

Retisolidali, 08.03.2018

«La partecipazione non è un mero fatto estetico: è quel dovere inderogabile di solidarietà cui è tenuto un cittadino come soggetto attivo, partecipe di una comunità».
È questa la definizione che dà della partecipazione Luigi Bobba, già sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Una partecipazione riconosciuta, ma anche incoraggiata; un diritto-dovere, il «risultato finale di una cultura che guarda alla persona più che all’individuo; una cultura che guarda alla comunità». «Non è un caso, a tal proposito», sottolinea Bobba, «che nella Riforma vengano dati una lettura ed un riconoscimento del volontario non solo dentro l’associazione di volontariato, ma trasversalmente, in tutte le forme associative e di impresa sociale presenti nel Paese».

Non più solo una partecipazione ed un impegno volontario strutturati, legati ad un’adesione personale ad un progetto e all’appartenenza a organizzazioni portatrici di propri caratteri identitari, ma volontari, persone che possono scegliere di declinare le loro scelte di partecipazione in modo spontaneo e plurimo, fluido, individuale. Come cambia e come cambierà la partecipazione alla luce delle novità  che la stessa Riforma introduce?
«La Riforma affonda le sue radici in alcuni articoli fondamentali della nostra Carta costituzionale, in particolare l’articolo 2, il 3, il 4 e il 118. Proprio il richiamo agli articoli medesimi porta ad individuare con immediata chiarezza l’obiettivo, il cuore della Riforma.

volontariato e partecipazione

Il sottosegretario Luigi Bobba è stato uno dei maggiori artefici della Riforma del Terzo Settore

Anzitutto il riconoscimento degli enti di Terzo settore come parte di quelle formazioni sociali dove si svolge la personalità dei singoli; dove, cioè, si costruisce anche la partecipazione alla vita sociale, culturale, lavorativa, educativa del Paese. In primo luogo un riconoscimento, quindi, orientato verso un altro obiettivo: rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono una piena uguaglianza dei cittadini in termini di diritti e accesso alle opportunità, con un richiamo agli inderogabili doveri di solidarietà.
La partecipazione non è quindi un mero fatto estetico: è quel dovere inderogabile di solidarietà cui è tenuto un cittadino come soggetto attivo, partecipe di una comunità. Infine il dovere – programmatico per le istituzioni – di favorire l’articolo 118, creare cioè le condizioni perché l’esercizio dei doveri di solidarietà – in vista della rimozione di tutti gli ostacoli all’uguaglianza – possa essere il più possibile sostenuto, favorito, facilitato nel contesto in cui vivono le persone.
Credo che, analizzata in questa ottica, la partecipazione diventi il risultato finale di una cultura, che guarda alla persona più che all’individuo; che guarda alla comunità; che deve consentire l’accesso ai diritti e alle tutele a tutti e allo stesso tempo chiede, a chi viene riconosciuto nei suoi diritti, di esercitare anche i propri doveri di solidarietà.»

Storicamente la partecipazione alla vita politica, sindacale, sociale e l’impegno nel volontariato erano spesso la conseguenza di un’adesione personale ad un progetto, ad
un’idea. Questo tipo di partecipazione e di volontariato esiste ancora? Qual è oggi – anche alla luce della Riforma – la forbice tra quell’impegno volontario continuo, strutturato, di adesione personale e quello fluido o legato ai grandi eventi come Expo?
«Secondo i dati Istat i volontari organizzati in reti associative sono 4 milioni e 700mila, mentre quelli che preferiscono un impegno più individuale – come tale meno legato in modo duraturo ad una rete associativa – sono circa un milione e 700mila. Potenzialità, che credo vadano considerate positivamente. Due sono, a mio parere, gli elementi da sottolineare. Il primo: occorre investire sulle reti associative che promuovono un impegno civico e volontario. Anche una capacità di durata di tale impegno oltre la mera occasionalità è, infatti, un elemento di qualità importante, maggiormente realizzabile laddove la persona sia collegata ad una realtà che abbia la capacità di indirizzare la sua disponibilità, il suo impegno volontario verso forme anche diverse. Non è un caso, a tal proposito, che nella Riforma vengano dati una lettura ed un riconoscimento del volontario non solo dentro l’associazione di volontariato, ma trasversalmente, in tutte le forme associative e di impresa sociale presenti nel Paese.

volontariato e partecipazioneIl secondo aspetto da tener presente è la necessità di investire in modo particolare sul tema della formazione e della qualificazione dell’azione volontaria. Non c’è nulla di scontato nel pensare che ciò che si faceva un tempo, che l’esperienza delle generazioni adulte e anziane si trasmigri automaticamente e naturalmente verso le generazioni più giovani. Solo processi intenzionali e finalizzati possono dare un risultato reale, soprattutto a fronte dei contesti attuali di vita che sono impregnati di una cultura più individualista, di legami sociali che rischiano di essere frammentati o liquidi, come diceva il sociologo Zygmunt Bauman. In questo senso, nella riforma del Terzo settore, la scelta di rivedere e reinterpretare il servizio civile volontario per i giovani è un investimento che pone ricadute importanti proprio sulle reti sociali organizzate che sappiano interloquire, motivare e ingaggiare persone disponibili ad un impegno volontario, ad esercitare quei doveri inderogabili di solidarietà sociale sanciti dalla nostra Carta costituzionale e ribaditi dalla Riforma stessa.»

Introduciamo in questa riflessione il punto di vista di una organizzazione di volontariato: qual è il rapporto tra volontariato e partecipazione? Come ripensare alcuni aspetti del suo essere associazione a partire da quello identitario, ma anche in termini di capitale umano, formazione, capacità di coinvolgimento di nuovi volontari?
«Evidentemente la dimensione identitaria, la missione, la forma associativa che ciascuno sceglie per la realtà associativa a cui partecipa sono essenziali, sono il cuore della motivazione, la base della disponibilità all’impegno volontario. Oltre questo elemento e a fianco della formazione, credo sia importante, come la stessa Riforma ribadisce, che le tante realtà diverse, plurali, con motivazioni, storie e modalità di intervento differenziate, non agiscano da sole, ma in rete.
La Riforma riconosce, infatti, le reti e riforma i Centri di Servizio per il Volontariato proprio con questo intento: alcune funzioni di promozione, monitoraggio, controllo, sostegno alla formazione possono avvenire meglio se organizzate, sostenute dalle reti anziché pensare che ciascuno possa fare tutto da sé, in casa. È importante che ciascuno faccia per la missione che gli è propria, ma entro un contesto in cui non agisce come un’isola, ma si inserisce in una rete.»

Come cambierà, alla luce di questo quadro di mutamenti, l’identità (o le identità) del
volontario? Di fronte al nuovo orizzonte di una partecipazione fluida, spontanea, non più esclusiva, che ne sarà del senso di appartenenza?
«Anzitutto credo che le reti associative non debbano guardare con sospetto a questo volontariato “leggero”, quanto coglierne piuttosto le potenzialità, trasformarle in una motivazione che sostenga qualcosa di più duraturo. Guardarlo, quindi, con simpatia, pur non assecondando semplicemente una tendenza che, in qualche modo, precarizza tutti gli elementi di vita della persona. Si tratta di una disponibilità, che va comunque colta come una risorsa e non come una degenerazione, come in alcune occasioni è stata definita. Una risorsa che va coltivata, curata, sulla quale va fatto un investimento.
È questa a mio parere la novità del tempo che ci troviamo a vivere.»

Più da vicino sulla Riforma: come è stato il processo partecipativo? Quale il contributo dal basso? Qual è la sua valutazione?
«La mia è certamente una valuta valutazione positiva. Basti pensare alle oltre 1.400 risposte alle Linee guida lanciate nel maggio 2014: una novità importante, in risposta alla quale in molti si erano mobilitati per offrire suggerimenti, idee, osservazioni. E ancora, durante tutto il tempo della Riforma – oltre agli strumenti istituzionali di consultazione che le Camere prevedono in ordinario su tutti i processi legislativi – c’è stato un lavoro da parte del Ministero di ascolto, presentazione, discussione estremamente ampio. Così come i contributi più strutturati, continuativi e partecipati, del Forum del Terzo settore, ma anche da parte di altre reti come CSVnet o Acri o il mondo organizzato della cooperazione sociale o le associazioni sportive.

Ferma tutta la varietà di questo mondo, il dialogo non è mai stato impedito, anzi, piuttosto, favorito. In più, se si aggiunge il lavoro più politicamente strutturato da parte del Forum del Terzo settore, che ha attinto dalle sue reti, penso si tratti di una Riforma ad alto tasso di partecipazione.»

Vorremmo chiudere con una sua previsione: alla luce della Riforma, degli attuali mutamenti sociali e di impegno, alla luce del ruolo dei social network, che aprono le porte ad una partecipazione potenzialmente planetaria, come vede il futuro della partecipazione?
«Certamente i social sono uno strumento per allargare e costruire reti altrimenti impensabili. Non possiamo però pensare che con un “mi piace” costruiamo un’azione di tipo volontario, né tanto meno un processo partecipativo.

volontariato e partecipazioneLa rete può essere un sostegno. Ma a cosa? Ad avere un numero di persone, che decidono volontariamente di operare per una buona causa, di creare un’impresa sociale, di fare azione volontaria in modo non occasionale, di promuovere iniziative per includere i molti che sono esclusi. Azioni queste che, tuttavia, poi richiedono energia, tempo, dedizione, ma anche formazione e competenze. Utilizziamo quindi i social, come strumento per rafforzare processi partecipativi, ma l’azione volontaria è quella che poi richiede una messa in gioco personale, senza la quale tutto manterrebbe un carattere di ultra leggerezza, che non mobilita i sentimenti profondi di una persona che sono la base di azioni compiute per una scelta consapevole, non per fini di lucro o per obbligo di legge.
È lì che bisogna saper utilizzare al meglio le reti ed i social, avendo come orizzonte un allargamento della base delle persone, che si dedicano all’impegno civico e volontario. Basti pensare al campo della finanza etica: è chiaro che le scelte individuali di centinaia di migliaia o di milioni di risparmiatori sono in grado di modificare o di produrre, oggi, processi importanti, capaci anche di modificare le condizioni attraverso cui l’utilizzo del risparmio viene orientato ad un fine.
È allora chiaro che anche tanti comportamenti individuali – entro un orizzonte tenuto insieme da organizzazioni di rete – sono in grado oggi di produrre una soglia critica che agisce da cambiamento anche su altri attori sociali, economici, istituzionali. Nessuna paura, quindi, dei social, che modificano molto anche le forme della comunicazione e della capacità di agire insieme a distanza. Sapendo però che poi, comunque, servono scelte e comportamenti che abbiano a che fare con la propria responsabilità personale.»

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