Oltre il Covid-19, il futuro del welfare, il futuro del Paese

Riportiamo qui il testo dell’intervento del Presidente Bobba al terzo e ultimo incontro del ciclo “Oltre il Covid-19: il futuro del welfare, il futuro del Paese” che si è tenuto a Napoli il 18 maggio 2021. Promosso dalle ACLI provinciali di Napoli, i seminari hanno ospitato protagonisti delle istituzioni, del terzo settore, dell’università per fare il punto su come sarebbe cambiato il Paese quando fosse stata superata la drammatica fase emergenziale dovuta al Covid-19.

LUIGI BOBBA

È il padre del Codice del Terzo Settore. Dal 28 febbraio 2014 Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel I Governo Renzi e confermato il 29 dicembre 2016, nel I Governo Gentiloni Silveri. 

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Torino nel 1979, ha esercitato l’attività di giornalista pubblicista, di ricercatore sociale ed è stato professore a contratto all’Università di Salerno nel 2002.

È animatore del Terzo Settore e protagonista della sua crescita. Partecipa alla creazione di Banca Etica, di cui è stato Vice Presidente dal 1998 al 2004. Ricopre il ruolo di Portavoce del Forum del Terzo Settore dal 1997 al 2000. Nelle ACLI assume prima la carica di Vice Presidente nazionale (1994-1998) e poi di Presidente (1998-2006).

Nei primi anni ’80 ha creato il Movimento Primo Lavoro ed è stato l’ideatore e il coordinatore di Job&Orienta, la manifestazione che si tiene dal 1991 ogni anno alla Fiera di Verona dedicata ai temi della scuola, dell’orientamento, della formazione e del lavoro.

È autore di numerose opere sui temi del lavoro, del welfare e della formazione, così come di numerosi articoli, saggi e pubblicazioni. 

Nelle elezioni del 2008, viene eletto alla Camera nelle liste del Partito Democratico dove ricopre il ruolo di Vice Presidente della Commissione Lavoro. Candidato alla Presidenza della Provincia di Vercelli per le Elezioni amministrative del 2011, diventa consigliere provinciale. Nella XVII Legislatura è stato rieletto Deputato, ed è stato membro della V Commissione Bilancio e Tesoro nonché della Commissione bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza. Attualmente è presidente della Fondazione Terzjus. 

La pandemia è terminata, ma siamo ancora dentro questa vicenda che ci ha travolti nella vita quotidiana, travolti nel lavoro, travolti nelle relazioni fondamentali e altrettanto in quelle sociali e associative. Il rischio principale è rappresentato dal leggere questa situazione attraverso due immagini stereotipate.

La prima, quella nata all’inizio della crisi pandemica, per reagire un po’ alla situazione di paura e di incertezza, giacché non si sapeva a cosa si stava andava incontro, riassunta nello slogan “andrà tutto bene”, come a dire “in qualche modo cerchiamo di oltrepassare la crisi” senza andare a rivedere cosa questa metteva in discussione. E l’altra immagine “speriamo che presto tutto torni come prima”, come se il mondo di prima fosse il migliore dei mondi possibili e che la crisi pandemica fosse una semplice parentesi, una parentesi da rinchiudere per tornare a come eravamo. Né una né l’atra metafora possano darci la chiave per andare oltre questa crisi legata al Covid-19.

La prima perché è una metafora buonista ed eccessivamente ottimista, che non vede e forse non vuole vedere che dentro la crisi ci sono delle criticità e dei conflitti molto forti: pensiamo alla condizione dei soggetti più vulnerabili, agli anziani, al tema dell’occupazione (nonostante il blocco dei licenziamenti, si sono persi 444.000 posti di lavoro, in gran parte concentrati nelle fasce giovanili e tra le donne, un dato così evidente che non possiamo trascurare).  Pensiamo a come la solitudine, la mancanza di relazioni abbia colpito in modo preminente le persone con una qualche disabilità, con problemi di disagio, con qualche difficoltà perché non avevano sostegni, soprattutto di carattere familiare. Pensiamo al problema legato ai bambini, costretti in molti casi ad una forma di insegnamento a distanza, la cosiddetta D.A.D., che ha selezionato, a seconda delle condizioni di partenza delle famiglie, la disponibilità degli strumenti e delle connessioni, la cultura per poter non rinunciare ad un’educazione, ad un apprendimento, come elemento fondamentale per la crescita delle persone.

In questa pandemia ci sono state delle criticità forti che hanno ingigantito le diseguaglianze, tema che già condizionava fortemente la nostra società. Tema che rischia di essere un vero e proprio tarlo delle nostre comunità e anche della stessa convivenza democratica.

L’altra immagine usata, “torniamo come prima”, è invece un modo per dire che gli elementi che ci hanno portato ad evidenziare la crescita delle diseguaglianze e dei conflitti dentro la situazione pandemica, avevano già radici nel “come eravamo”. Elementi che non possiamo nascondere, ma dobbiamo portarli in emersione, perché questa “occasione” della crisi può essere occasione di trasformazione, se riusciamo a cogliere le opportunità che ci mette difronte, pur nella drammaticità della condizione di molti.

D’altra parte, questa criticità si è rivelata soprattutto nei legami associativi. Senza le relazioni, senza la costruzione delle reti comunitarie, del fare comunità perdiamo la nostra anima, la nostra missione. Ebbene, dentro la crisi ci siamo accorti di un dato, la relazione, che era la nostra risorsa, la nostra opportunità, la nostra potenzialità, è invece diventata un pericolo, un rischio, è diventato un elemento di inciampo.

Questo ci ha obbligato non solo a ripensare al nostro sistema di relazioni, ma anche ad utilizzare al meglio le potenzialità che le tecnologie ci danno per costruire delle relazioni che non sono così calde e intense come quando ci incontriamo per prendere un caffè insieme e scambiarci idee, pareri e battute, tuttavia ci consentono comunque di mantenere vivo un legame.

In questo momento c’è bisogno di ri-immergersi in una riscoperta dei valori fondamentali sui quali è costruita la nostra convivenza e sono costruite le nostre comunità.  Mi piace utilizzare la parola “ri-nascere”. Un pò come il viaggio controintuitivo che fanno i salmoni per depositare le uova, per generare, per dare vita nuova. Essi, anziché assecondare la corrente, vanno verso la foce, verso le origini, vanno verso la sorgente.

Allora, se la crisi è anche un’occasione per ritornare alla sorgente, per ritornare ai valori che riteniamo formativi per le nostre relazioni, per le nostre comunità, per il nostro fare sociale, evidentemente essa costituisce un’occasione da non buttare via.

Se non ci lasciamo imprigionare dalle due immagini “andrà tutto bene”, un ottimismo di facciata e buonista, e “torniamo presto come prima”, abbiamo però bisogno di immaginare, utilizzando un’espressione dello psicanalista Recalcati, abbiamo bisogno di “innamorarci di un futuro”.

Cosa significa innamorarci del futuro?  Significa che deve esserci qualcosa che ci proietti fuori di noi, che ci proietti fuori dalla crisi, che ci rimetta in gioco, che ci faccia tirar fuori il meglio dei nostri talenti per poter dare forma al futuro.

In tutto questo, cosa centra il Terzo Settore? Un libro dell’ex governatore della banca centrale indiana, Raghuram Rajan, intitolato “The third pillar”, il terzo pilastro, ha un sottotitolo ancora più esplicativo “La comunità dimenticata dallo Stato e dal mercato”. Raghuram Rajan scrive che una società non si regge unicamente sulle relazioni dello scambio, quelle del mercato, e sul comando della legge, lo Stato, ma si regge se c’è un terzo pilastro appunto, un Terzo Settore, che costituisce il tessuto connettivo delle relazioni comunitarie e sociali tra le persone.

Allora forse questa crisi e il Piano Nazionale per il Rilancio e la Resilienza, o mi piacerebbe dire “Piano per la Rinascita del Paese”, non possono dimenticare, ignorare o sottovalutare il terzo pilastro, il Terzo Settore, la comunità entro cui si svolge una parte importante della vita delle persone. Non può farlo poiché, altrimenti, il mercato subirebbe dei contraccolpi competitivi e lo Stato non riuscirebbe a stare dietro alla miriade di bisogni emergenti, largamente insoddisfatti (quanti ne abbiamo visti durante questa situazione di crisi).

La riforma che ha portato all’approvazione del Codice del Terzo Settore aveva queste intenzionalità politico-culturali ovvero riconoscere il “terzo pilastro”. Riconoscere nel senso che già esiste, non lo crea la legge. La legge semplicemente lo riconosce e cerca di potenziarlo, di valorizzarlo, di favorirlo. Di creare delle condizioni per cui quella rete di relazioni comunitarie possa rigenerarsi e possa essere una fonte di produzione di beni comuni, di bene comune. Se il terzo settore non resta rilegato in una nicchia, un pò funzionalistica o emergenzialista – ci si ricorda del Terzo Settore quando ci sono problemi ai quali nessuno sa come dare risposta oppure ci si ricorda del Terzo Settore quando si devono ridurre i costi dello stato sociale, usciamo da questa tenaglia – si può guardare al Terzo Settore come un fattore di trasformazione della vita delle nostre società.

Nel 2020, nell’ambito dell’incontro ad Assisi per il “The Economy of Francesco”, che ha visto la partecipazione di 2000 giovani economisti, il Papa ha usato parole che sono sembrate ad alcun quasi abrasive nei confronti del Terzo Settore. Invece, leggendole nel loro insieme, si percepisce come Papa Francesco voleva attribuire proprio alle organizzazioni del terzo settore il compito di affrontare strutturalmente, e non semplicemente di lenire i guai, gli squilibri che colpiscono le persone più escluse e con quest’opera un pò filantropica magari rischiare di perpetrare le ingiustizie che si vorrebbero contrastare. È una parola un po’ ruvida, come accade ad un Papa che ci dà sempre qualche salutare “pugno nello stomaco”, perché ci obbliga a pensare e a riflettere, ma non è di certo una negazione del ruolo cruciale del terzo settore nella generazione di una società dove questi squilibri vengano combattuti e superati.

Il Piano Nazionale per il Rilancio e la Resilienza, è un’occasione assolutamente unica e straordinaria, grazie alla quale avere a disposizione, nel giro di cinque anni 209miliardi di euro, di cui due terzi in prestito e un terzo a fondo perduto. Esso può effettivamente essere un volano per questa trasformazione.

Allo stesso tempo potrebbe, invece, essere un’occasione persa, rimanendo legati alle contraddizioni e all’incapacità di innovare delle nostre società. Innanzitutto, questo piano non deve  rinchiudere il terzo settore in una nicchia, come se fosse solo legato alla dimensione dello stato sociale, che certo è un elemento importante. Il terzo settore agisce in modo trasversale perché agisce nel campo della cultura, nel campo della sostenibilità, nel campo dell’inclusione lavorativa, nel campo del superamento del digital divide una trasversalità che attraversa un pò tutti i campi di azione della nostra società.

Primo approccio corretto è quello di avere uno sguardo di insieme, diverso dall’approccio utilizzato nei diversi provvedimenti emergenziali a cui abbiamo assistito in questi mesi. Occorre poi, per affrontare questo cambiamento, vedere il terzo settore come un generatore, un produttore di beni comuni: un capitolo importante della riforma è rappresentato dai rapporti della pubblica amministrazione con gli enti del terzo settore.

Il giudice Luca Antonini, che ha stilato la sentenza della Corte Costituzionale n. 231 del giugno 2020, ha individuato un punto cruciale quando ha detto che tra Pubblica Amministrazione e gli enti del terzo settore non c’è un controinteresse, ma c’è una comunione di scopo: entrambi, pure essendo un soggetto pubblico e un soggetto giuridicamente privato, perseguono un interesse generale. L’art. 118 della Costituzione prevede che lo Stato, le amministrazioni, hanno il compito di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, la sussidiarietà, la capacità di agire con libertà per qualche buona causa, nello svolgimento di attività di interesse generale, cioè di attività che non sono rivolte ad interessi privati o ai pochi, ma sono rivolte a interessi pubblici e ad una dimensione comunitaria.

Un punto chiave nella gestione delle procedure e degli affidamenti che si dovranno fare per gestire queste numerose risorse è rappresentato da una piccola rivoluzione: non è il codice degli appalti che deve regolare il rapporto tra pubblica amministrazione ed enti del terzo, è il codice del terzo settore, cioè la capacità, quindi, di co-programmare, di co-progettare, di costruire qualcosa che ha un fine comune. Poi ciascuno metterà la sua capacità, le sue competenze e le sue risorse. L’amministrazione sicuramente dovrà gestire le procedure con evidenza pubblica e secondo il criterio della trasparenza.

Tutto questo rappresenterebbe una rivoluzione culturale. Il Piano Nazionale per il Rilancio e la Resilienza potrebbe essere un’occasione straordinaria per mettere alla prova gli enti del terzo settore e mettere alla prova un’innovazione forte nella pubblica amministrazione.

Che fine faranno le associazioni? Che potenzialità possono svolgere queste reti associative e comunitarie? Le associazioni hanno davanti a loro una duplice sfida. Da un lato quella di “tornare alle origini”, sentirsi parte della comunità e soprattutto sentirsi uno strumento di servizio di inclusione dei cittadini più deboli. Esse hanno il compito di mettere in campo tutte le risorse che sono in grado di mobilitare, non aspettando qualcuno che dia l’input, ma, secondo il principio di sussidiarietà, di fronte ai bisogni organizzare le risposte.

Durante questa pandemia avevamo di fronte i bisogni, le difficoltà delle persone più deboli, eravamo spinti dalla nostra natura e dai nostri valori, dalla nostra missione, a intervenire, non disinteressandoci delle regole, ma neanche ingessandoci in una dinamica meramente legalistica. Le persone, la vita vengono sempre prima delle regole e della legge. Se le ignoriamo tradiamo la nostra missione. Inoltre, dobbiamo immaginare di costruire una capacità di progettare risposte nuove ai problemi che sono venuti emergendo o meglio, esplodendo con questa crisi. Durante i primi mesi di pandemia mi telefonò una persona che avevo avuto il piacere di conoscere quando ero Presidente delle Acli perché aveva avuto questa intuizione: quella che si potesse utilizzare uno strumento che le Acli conoscono bene, quello del Servizio Civile per mettere in campo delle risorse dei nativi digitali per venire incontro ai bisogni delle famiglie con bambini più disagiati, “tagliati fuori” da quel diritto fondamentale che è il diritto all’educazione e il diritto all’istruzione. Si potrebbe quindi immaginare una forma originale di servizio civile che faccia leva sulle potenzialità e sulle capacità dei più giovani, che sicuramente hanno un rapporto più “amichevole” con le tecnologie, che si metta al servizio delle persone più in difficoltà e per rendere esigibile un diritto, quello all’istruzione per tutti.

Seguendo questa strada, sicuramente non facile, insieme ai tanti provvedimenti, necessari e giusti che sono stati presi, occorrerebbe mettere in capo qualcosa di più strategico, che guardi un pò più lontano, valorizzando quelle forme di imprenditorialità sociale che sono quelle che hanno dimostrato di reggere meglio il momento della crisi, di continuare a includere le persone più in difficoltà, di avere un fondo strategico perché queste realtà sappiano anche innovare, cioè tenersi al passo con i cambiamenti che il mercato e le attività produttive richiedono. Quindi, anziché tanti piccoli interventi servirebbe qualcosa che abbia questa visione strategica.

Negli anni scorsi, in Lombardia, è stato sperimentato il così detto “fondo Jeremy”: se uno investiva 10 euro in un’impresa sociale, l’attore pubblico ci metteva altrettanto in termini di capitale sociale. Se si scommette su un’idea che ha un valore economico produttivo ma che genera anche valore sociale, io, soggetto pubblico, scommetto con te con un intervento concreto.

Negli ultimi anni il Governo italiano non ha risposto in modo adeguato alle sollecitazioni della Commissione Europea. Il Commissario Nicolas Smith ha avuto una delega a costruire un action plan per l’economia sociale di prossimità, cioè ad avere un quadro strategico di riferimento su come gli attori del terzo settore contribuiscono al rilancio, attraverso quella componente di economia sociale di prossimità che si sta rivelando un elemento portante delle nostre realtà. Il Governo Italiano non ha neanche risposto alla lettera inviata alle ex-Ministre Catalfo e Bonetti e oggi il tema è importante.

Questa pandemia porta con sé molti motivi di preoccupazione e di ansia, ma ci sono anche motivi di speranza e di opportunità. Dobbiamo saper governare le preoccupazioni, non lasciandoci travolgere e soprattutto cogliere le opportunità per il nostro futuro e per il nostro futuro insieme.

Durante questa pandemia il Papa ha scritto un’enciclica “Fratelli tutti” che ha un interessante sottotitolo: “Lettera enciclica sulla fraternità e sull’amicizia sociale”. In genere, quando si parla di amicizia si pensa ad una questione personale, ma la fraternità ha come elemento basilare proprio l’amicizia sociale cioè il riconoscere che nell’altro c’è qualcosa di importante.

Ne “Il Visconte dimezzato”, opera del grande letterato Italo Calvino, il visconte che viveva sugli alberi riconosce che nel costruire e fare insieme con le persone si tira fuori non solo il meglio di se stessi, ma anche il meglio dagli altri e che, invece, se si sta isolati, gli uni contro gli altri, si è sempre pronti a “mettere mano alla spada”, a difendersi.

L’amicizia sociale deve essere oggi l’ispirazione che ci deve guidare, avendo due attenzioni, quella di “far lavorar le mani”, far sì che la linea che parte dal cuore e arriva alle mani, la capacità trasformativa e di affronto dei bisogni non si spenga della sua energia e non pensare che tocchi a qualcun altro affrontare i problemi.

E poi, quella di avere un’attenzione per l’innovazione, cioè avere attenzione per ciò che ancora non c’è, ma che intuiamo che potrebbe diventare. Ci sono tanti punti di snodo dove l’innovazione richiede un’iniziativa, non ci viene addosso. Gli strumenti per utilizzarla ci sono ma se non c’è anche una capacità di intraprendere da parte dei soggetti sociali, uscendo un pò anche dai loro schemi antichi e passati, c’è il rischio che l’immolazione corra da altre parti, perché il mondo comunque è in continuo cambiamento. Se viene meno questa anima sociale e solidale delle nostre comunità c’è un impoverimento che riguarda tutti, ma in particolare i soggetti più vulnerabili.

Se ci ispiriamo a quell’enciclica che ha anche un forte valore politico e che ci mette sotto gli occhi, già dai primi capitoli, gli elementi che sono difficili da accettare, ma sono la realtà del mondo. Poi, ci offre anche l’indicazione di una prospettiva e anche degli strumenti possibili. Abbeveriamoci da questa enciclica del Papa perché aiuti anche noi nel fare meglio il nostro antico ma sempre nuovo mestiere.

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“La rivincita del pubblico”: Alessandro Barbano discute con Giuliano Amato

La democrazia tra transizione ed emergenze

“La rivincita del pubblico” Alessandro Barbano ne discute con Giuliano Amato, Presidente Corte Costituzionale, già Presidente del Consiglio dei Ministri, Professore emerito Istituto universitario europeo e Università Sapienza di Roma, autore di “Bentornato Stato, ma” (Il Mulino)

 

Luigi Bobba“La rivincita del pubblico”: Alessandro Barbano discute con Giuliano Amato
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Radiografia delle 22.220 imprese sociali iscritte al Registro unico

Ad oggi circa il 90% del totale sono cooperative sociali ex l. 381/1991 e il restante 10% sono enti diversi dalle cooperative sociali. Tra le imprese sociali diverse dalle cooperative sociali, vi sono diverse centinaia di cooperative non “sociali”, ma anche diverse centinaia di società a responsabilità limitata (e altre società di capitali), che stanno diventando la seconda forma giuridica più utilizzata di impresa sociali

Lo scorso 21 marzo, in esecuzione di quanto disposto dal d.m. 106/2020 sulla base delle norme del Codice del terzo settore (“Cts”), i dati degli enti iscritti nella sezione “imprese sociali” del Registro delle imprese sono stati “massivamente riversati” nel Runts, nell’apposita sezione di quest’ultimo registro, denominata “imprese sociali”.

leggi l’articolo di Antonio Fici su Vita.it del 28 marzo 2022

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Marco Orsi: “Il valore per la scuola di domani? La leggerezza”

Leggerezza dello spazio e del tempo, del curricolo, dell’impronta sull’ambiente, dell’apparato amministrativo… Già trent’anni fa Italo Calvino introdusse il valore della leggerezza ma oggi è la sfida cruciale: per liberare la scuola dalla sua zavorra dovremmo puntare sulla leggerezza, che non è disimpegno ma al contrario impegno fattivo su 10 punti. Così la scuola potrà “volare sulle ali di Perseo”

Non c’era mai stata un’attenzione così forte verso la scuola. Ci voleva la pandemia. Si è scoperto, ad esempio, che, al pari di altre istituzioni formative quali le università, la scuola raduna in piccoli spazi un gran numero di persone. Una classe di scuola primaria o secondaria, come di un’aula di un corso accademico, sono definite dalla densità di una popolazione di soggetti che insiste su una data superficie inevitabilmente ridotta. E questa è una realtà planetaria. Ma il problema non è solo quantitativo. È stato il grande sociologo Emile Durkheim a farci capire che la densità materiale si lega alla densità morale, di qui l’esigenza di nuove soluzioni per ritrovare un equilibrio che aveva indicato in una forma sociale definita solidarietà organica. E la scuola ha drammaticamente bisogno di trovare questo nuovo equilibrio. (continua)

leggi l’articolo di Marco Orsi su Vita.it del 27 gennaio 2022

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Il 2021 del servizio civile universale, tra conferme e cambiamenti

Dalla sperimentazione del “digitale”  e “ambientale” alle novità sull’accreditamento degli enti: ecco cosa è accaduto nell’anno che ha segnato il 20° anniversario del passaggio tra servizio civile obbligatorio e  volontario. Numeri, risorse e l’impatto della pandemia

leggi l’articolo di di Francesco Spagnolo su Il Redattore Sociale del 30 dicembre 2021

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Dario Di Vico: “Il nuovo disagio ignorato”

Un editoriale di Dario Di Vico sul Corriere della Sera da leggere. Eccone qualche passaggio: il soggetto che per quantità degli interventi e qualità delle motivazioni rappresenta la maggiore novità è il terzo settore, capace di coltivare la sua identità non giocando «a specchio» contro la politica ma intermediando il bisogno delle persone. Perché dedichiamo al mondo del non profit un centesimo dell’attenzione e degli approfondimenti che riserviamo a uno sciopero generale di vecchio conio?

Nel dibattito che si è aperto dopo la proclamazione dello sciopero generale da parte di Cgil e Uil c’è chi, tra gli intellettuali della sinistra italiana, ancor più che applaudire alla piattaforma dei sindacati ha visto in quella decisione soprattutto il valore di un rilancio e di una nuova centralità del conflitto. Ossigeno puro, è stato scritto, rispetto al rischio di un soffocamento della dialettica sociale e, per esteso, della stessa democrazia. Ma davvero corriamo questo pericolo? Si può dire in assoluta coscienza che le società della seconda modernità si caratterizzino per un’assenza di conflitti e per una tendenza all’unanimismo? Credo proprio di no e non lo dico per un pre-giudizio politico di merito ma partendo dal riconoscimento che i fattori oggettivi di conflitto non solo restano in campo ma si allargano nella gamma e nella profondità. Sullo sfondo c’è la difficoltà nella distribuzione di risorse il cui limite quantitativo è ormai strutturale e che solo in questa fase di gestione dell’emergenza Covid è stato temporaneamente messo tra parentesi, grazie alla generosa spesa extra-budget dei governi. Ma se una volta, secondo la nota vulgata, il conflitto distributivo che si proiettava sul terreno politico era prevalentemente quello iscritto nella relazione capitale-lavoro, oggi sappiamo bene che le linee di faglia sensibili riguardano il peso contrattuale e le prospettive delle nuove generazioni, la partecipazione di genere, l’integrazione degli immigrati e, in primo luogo, l’utilizzo razionale delle risorse naturali del pianeta.

Di conseguenza più che piangere per la morte del conflitto l’operazione che la sinistra dovrebbe mettere in campo è quella di lavorare a una nuova mappatura delle contraddizioni sociali che aggiorni la vecchia. Non è un caso che almeno in due materie la gauche italiana si sia dimostrata impreparata e sia stata costretta a correre in affannoso recupero: la povertà assoluta e l’emergenza ecologica. Mentre è rimasta pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro, nonostante nel frattempo quest’ultimo avesse trovato nel sistema delle relazioni industriali una buona regolazione.

(…)

In assenza di una cultura politica capace di rileggere la mappa dei conflitti della seconda modernità, di mitigare il sentimento di deprivazione relativa e in parallelo di affrontare i nodi irrisolti della giustizia sociale, ci sono rimaste solo le buone pratiche. Esperienze di massa che partono dall’interno della società, si muovono secondo nuovi modelli di mediazione del conflitto che non ricercano il potere di veto ma costruiscono quotidianamente soluzioni e valori di comunità. Una di queste fa riferimento al sistema delle relazioni industriali ma sicuramente il soggetto che per quantità degli interventi e qualità delle motivazioni rappresenta la maggiore novità è il terzo settore, capace di coltivare la sua identità non giocando «a specchio» contro la politica ma intermediando il bisogno delle persone e per questa via, come è accaduto durante la pandemia, arrivando a svolgere quella che Giuseppe Guzzetti ha definito come «una funzione di supplenza delle istituzioni». E allora perché dedichiamo al mondo del non profit un centesimo dell’attenzione e degli approfondimenti che riserviamo a uno sciopero generale di vecchio conio? Forse perché molti, compreso chi scrive, sono ancora legati a un antico paradigma del conflitto, prigionieri dell’idea che la sinistra abbia ancora un diritto di primogenitura, attratti dall’estetica delle contrapposizioni e restii ad ammettere che conflitto e giustizia sociale non sempre sono sinonimi.

Leggi l’articolo su Vita.it del 15 dicembre 2021

Leggi l’articolo integrale su Il Corriere della Sera del 15 dicembre 2021 

 

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Gli ultimi, la giustizia e il contrasto alla povertà nell’emergenza Covid-19

XI FESTIVAL DSC

AUDACI NELLA SPERANZA CREATIVI CON CORAGGIO

25-28 novembre 2021 PalaExpo Veronafiere – Verona

27 novembre ore 17

ore 17:00 Gli ultimi, la giustizia e il contrasto alla povertà nell’ emergenza Covid-19

Sala Azzurra

Introduce e coordina Riccardo Bonacina, giornalista
Saluta Cristian Rosteghin, portavoce Alleanza contro la povertà del Veneto

Discutono:

Stefano Zamagni, Presidente Pontificia Accademia della Scienze Sociali
Gianmario Gazzi, presidente Cnoas
Don Marco Pagniello, responsabile Uff. Politiche sociali Caritas italiana
Roberto Rossini, portavoce nazionale dell’Alleanza contro la povertà
Gigi Bobba, presidente Terzjus

Conclude Martino Troncatti, presidente Acli Lombardia

 

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Luigi Bobba, Fabrizio Pregliasco: “Sussidiarietà” – Mantova, 21 settembre 2021

CROCE VERDE MANTOVA
in collaborazione con
Comune di Mantova
ANPAS
Forum Terzo Settore
in occasione del 40° di attività della Associazione
incontra il sen. Luigi Bobba, promotore della Legge di Riforma del Terzo Settore
e il prof. Fabrizio Pregliasco, presidente ANPAS,
sul tema “SUSSIDIARIETÀ”
sancito dagli art. 55 – 56 – 57
del DECRETO LEGISLATIVO 3 luglio 2017, n. 117
martedì 21 settembre alle ore 15
presso l’Aula Magna dell’Istituto Isabella D’Este
Via Giulio Romano, Mantova
L’incontro è aperto a tutti i rappresentanti degli Enti del Terzo Settore e agli Amministratori e Dirigenti Pubblici
Per informazioni: Andrea cell. 347 9334639
In seguito alle disposizioni del DECRETO-LEGGE 23 luglio 2021, n. 105 l’ingresso è consentito ai soli possessori di Green Pass

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Osservatorio CPI: “Quattro punti per una ripresa”

Cosa è emerso dal quarantasettesimo Forum The European House – Ambrosetti che si è concluso ieri a Cernobbio? Impossibile riassumere tutti i temi toccati in tre giorni di intense discussioni cui hanno partecipato politici, imprenditori e accademici italiani. Mi limiterò quindi ad alcune “pillole”.

Prima pillola: la fiducia nelle prospettive di breve periodo della nostra economia resta elevata. Come ha sottolineato lo stesso Draghi, la forte crescita che stiamo sperimentando è un normale rimbalzo dopo la crisi dello scorso anno, ma il rimbalzo è forte: secondo le mie stime, nel primo trimestre del prossimo anno dovremmo aver raggiunto il livello del Pil che avevamo prima del Covid. Il rischio principale nei prossimi mesi è rappresentato da un possibile ritorno alle chiusure. Da qui la necessità di procedere con le vaccinazioni, l’arma principale che abbiamo contro il Covid. Draghi ha parlato di obbligo vaccinale come risorsa finale. Non facciamo polemiche su questo punto. Intanto, come intende fare il governo, procediamo con l’estensione dell’obbligo del Green Pass per accedere ai luoghi relativamente più affollati. Poi si vedrà. Un importante punto emerso nel Forum Ambrosetti riguarda la necessità di procedere con le vaccinazioni in tutto il mondo, se vogliamo stare tranquilli. A livello mondiale il numero dei contagi resta elevato (seicentomila nuovi casi al giorno), non troppo lontano dal picco (di poco superiore agli ottocentomila casi) della scorsa primavera. Se le cose migliorano da noi e nel resto d’Europa, ma non altrove, il rischio che da qualche altra parte del mondo germoglino nuove varianti non è trascurabile. I Paesi avanzati dovrebbero quindi preoccuparsi che sia vaccinata anche la popolazione dei Paesi emergenti e a reddito più basso. Il costo di sussidiare tali vaccinazioni è minuscolo rispetto a quello di un prolungamento della pandemia.

Seconda pillola: il rischio di un persistente aumento dell’inflazione esiste ma, per ora, è considerato dai più sopportabile. Un persistente aumento dell’inflazione sarebbe problematico in sé (a chi piace l’inflazione?) e, soprattutto, per le sue implicazioni in termini di politica monetaria: se le banche centrali, in risposta a uno stabile aumento dell’inflazione, smettessero di comprare titoli di stato e aumentassero i tassi di interesse le conseguenze per paesi come l’Italia, ad alto debito, potrebbero essere serie. L’inflazione è aumentata a partire da gennaio, al di qua e al di là dell’Atlantico, ma, per ora, è l’opinione prevalente che si tratti di un naturale rimbalzo dei prezzi: la domanda torna a livelli normali, dopo la depressione da Covid, i prezzi tornano a livelli normali. Naturalmente questo comporta che si osservi presto un rallentamento dell’inflazione. Dati preliminari sui prezzi di agosto indicano, fortunatamente, una frenata nel Paese che forse è più sensibile al rischio di inflazione: in Germania ad agosto il tasso mensile di inflazione è stato zero (dopo un aumento di quasi un punto percentuale in luglio). Speriamo duri.

Terza pillola: l’opinione prevalente è che il Pnrr rappresenti il primo piano organico di crescita che il nostro Paese ha da tanti anni. Concordo. Alcuni aspetti potranno non piacere, ma nel complesso è un piano valido. I finanziamenti europei ne sostengono l’esecuzione. Non ne garantiscono però l’esecuzione. A questo proposito, la prima incognita è politica. Quanto durerà il governo? Qui i pareri sono discordi, anche se è chiara una cosa: le recenti schermaglie tra i partiti su aspetti specifici (il piano vaccini, gli sbarchi, lo ius soli, eccetera) non sembrano di per sé sufficienti a spaccare l’attuale coalizione: nessuno si prenderebbe la responsabilità. L’unico rischio è legato all’elezione del Presidente della Repubblica che potrebbe diventare l’occasione per puntare a elezioni nella prossima primavera. Qui l’incertezza è massima per cui non mi metto a speculare su cosa accadrà. Il mio auspicio è che il governo continui a lavorare fino alla scadenza naturale della legislatura. Nel complesso sta operando bene ed è necessario che continui a operare per fare in modo che le importanti riforme previste dal Pnrr siano non solo portate avanti, ma mettano radici.

Quarta e ultima pillola: questa riguarda, come avrebbe detto Arthur Conan Doyle per bocca di Holmes, “the dog that didn’t bark”. Con qualche eccezione non si è parlato di debito pubblico. O, meglio, si è parlato di debito solo con riferimento alla necessità di cambiare le regole europee sui conti pubblici, ossia il Patto di Stabilità sospeso nel triennio 2020-22. Il coro è stato unanime da parte dei commentatori italiani sulla necessità di renderlo meno stringente. O quasi unanime, visto che qualcuno (ad esempio Veronica De Romanis) ha ricordato che il vincolo vero è rappresentato non dalle regole europee ma dai mercati finanziari che comprano i nostri titoli di stato. In realtà, finché la Bce, tramite la Banca d’Italia, continua la politica di acquisti di titoli di stato italiani (e non) il problema non si pone. Ma quanto andranno avanti questi acquisti dipende dall’inflazione. Per ora stiamo tranquilli (vedi seconda pillola), ma questi acquisti non dureranno comunque per sempre. Siamo tutti keynesiani, ma, proprio perché siamo keynesiani, una volta assicurata la ripresa anche la politica di bilancio dovrà normalizzarsi, quali che siano le regole europee.

Leggi l’articolo di Carlo Cottarelli su La Stampa del 06 settembre 2021 su Osservatorio CPI

Luigi BobbaOsservatorio CPI: “Quattro punti per una ripresa”
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Global Inclusion 2021 – L’orizzonte dell’equità – 15 settembre

Dal 15 settembre il Comitato Global Inclusion – art. 3 e Il Sole 24 ORE in collaborazione con l’Associazione Italiana per la Direzione del Personale, mobilitano l’ecosistema delle imprese, del Terzo settore e dell’università nella terza stagione “Global Inclusion 2021” tesa alla condivisione di pratiche di successo nel diversity management e nell’inclusione in chiave intersezionale.
Le azioni di comunicazione non bastano per superare una cultura alfa iniqua e conformista.
Se dalla crisi si esce tutti insieme promuovere una strategia inclusiva significa rendere la società e le imprese più innovative attraverso un processo che coinvolga non soltanto la grande impresa ma anche la rete delle piccole-medie imprese e delle professioni.
La stagione, prodotta da Newton SpA.,sarà articolata in un kick-off di lancio e un evento di chiusura, workshop verticali, laboratori di intelligenza collettiva, inclusion-thon, iniziative editoriali, un raduno del Terzo settore e una staffetta con la 4weeks4inclusion aperta a 600.000 persone di 160 imprese italiane che aderiranno ai principi dello Statuto della Rinascita Inclusiva di Global Inclusion.
L’11 settembre, nel ventennale dell’evento che rilanciò la narrazione dello scontro di civiltà, sarà pubblicato un bando per laureate e laureati che abbiano scritto tesi di laurea sul tema del diversity management e dell’inclusione.
Iscriviti gratuitamente su www.global-inclusion.org
Luigi BobbaGlobal Inclusion 2021 – L’orizzonte dell’equità – 15 settembre
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