Luigi Bobba: “La luce dell’altruismo illumina i volontari”

Il 5 dicembre di ogni anno, secondo quanto sancito con la Risoluzione 40/212 del 17 dicembre 1985 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si celebra la Giornata internazionale del volontariato per lo sviluppo economico e sociale. Con questa giornata, i governi degli stati membri sono stati invitati a prendere misure per elevare la consapevolezza dell’importante contributo del servizio di volontariato, in modo da stimolare più persone di ogni condizione a offrire i propri servizi come volontari, sia nel proprio paese sia all’estero. Oltre a ciò, a sostegno di questo impegno, l’Assemblea Generale ha proclamato, con la Risoluzione 52/17 del 20 novembre 1997, il 2001 come Anno internazionale dei volontari e nel corso di questo periodo ha adottato una serie di raccomandazioni sulle modalità attraverso cui i governi nazionali e il Sistema delle Nazioni Unite potrebbero sostenere lo sviluppo del volontariato e ha domandato che fosse data larga diffusione a queste raccomandazioni. Interris.it, in merito a questa giornata e all’importanza del volontariato ha intervistato Luigi Bobba già presidente nazionale delle Acli, parlamentare e sottosegretario al Lavoro, ora presidente di Terzjus, di Enaip Mozambico e del Comitato Global Inclusion. (continua)

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Luigi Bobba: “Nel Trattato Italia-Francia il Servizio civile”

Sono felice che il seme gettato più di cinque anni orsono – e rimasto infruttuoso per le alterne vicende politiche dei governi di Italia e Francia – abbia trovato piena e più autorevole consacrazione in un vero e proprio trattato di rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi

“Nel quadro del Servizio civile universale italiano e del servizio civile francese e sulla base di una cooperazione tra le agenzie e gli enti governativi incaricati della gestione dei due programmi e delle opportunita’ di mobilita’ giovanile, le Parti istituiscono un programma di volontariato italo-francese intitolato servizio civile italofrancese. Esse esaminano la possibilita’ di collegare questo programma al Corpo europeo di solidarieta’”.

È quanto si legge all’art.9 del “Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata tra Italia e Francia firmato oggi al Quirinale. Parole che rievocano chiaramente la dichiarazione di intenti – siglata dal sottosegretario Sandro Gozi e dal sottoscritto, in quanto titolare della delega sul Servizio civile durante il Governo Renzi, – nel corso dell’incontro bilaterale tra i due governi tenutosi a Venezia l’8 marzo del 2016. I due Paesi – recitava la dichiarazione di intenti del 2016 – “favoriscono il rafforzamento della loro collaborazione nel settore del servizio civile” e a tal fine “intendono sviluppare un progetto pilota sperimentale per la mobilita’ dei giovani nel quadro del Servizio civile, basato sui valori di liberta’ e democrazia negli ambiti della solidarieta’, del sostegno ai rifugiati…..”. Il documento ipotizzava che il progetto coinvolgesse 100 giovani volontari – 50 per ciascuno dei paesi – in modo da realizzare un esperimento di servizio civile bi-nazionale come primo passo verso una sorta di Erasmus del Servizio civile.

Sono felice che il seme gettato piu’ di cinque anni orsono – e rimasto infruttuoso per le alterne vicende politiche dei governi di Italia e Francia – abbia trovato piena e piu’ autorevole consacrazione in un vero e proprio trattato di rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi. Allora si era fatto fatto un lungo lavoro di preparazione con il Ministro per le citta’, la gioventu’ e lo Sport del governo francese, Patrick Kanner ; e quel lavoro – rimasto incompiuto – ha ispirato sicuramente la scrittura dell’art. 9 del Trattato firmato oggi al Quirinale.

Va pure osservato che l’auspico di un Erasmus del servizio civile – evocato nel 2016 -si e’ poi tradotto, almeno come primo passo, nel Corpo europeo di solidarietà , viene opportunamente richiamato nell’odierno trattato, come la cornice entro cui inquadrare questo “servizio civile italofrancese”. La sfida ora sta nel far seguire alle parole anche i fatti e, in tale prospettiva, una quota delle risorse aggiuntive del PNRR – 600 milioni per il servizio civile – potrebbero essere indirizzate a tale scopo. Sara’ altresi importante, – come gia’ si scriveva nel 2016 – che tale originale esperienza sia accessibile proprio per i giovani meno favoriti e che diventi effettivamente uno strumento per promuovere e rafforzare tra le nuove generazioni sia la coscienza europea sia la inderogabile necessita’ di costruire non muri ma ponti.

articolo di Luigi Bobba su Vita.it del 26 Novembre 2021

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Luigi Bobba: Decisiva la collaborazione tra Ministero e Regioni

Luigi Bobba, Il Sole 24 Ore, Norme & Tributi, 10 novembre 2021, pag. 2

Con il debutto del RUNTS, al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali spetterà un ruolo di primo piano nella fase di coordinamento e popolamento iniziale del Registro. Non a caso è proprio lo stesso Ministero a fissare sia le tempistiche e le modalità con cui si metterà in moto il processo di migrazione delle ODV e delle APS, sia il procedimento mediante cui l’Agenzia delle Entrate dovrà provvedere a pubblicare l’elenco degli enti attualmente iscritti nell’Anagrafe ONLUS.

Non a caso, il Codice del Terzo settore assegna al Ministero del Lavoro un compito determinante: quello di assicurare l’uniforme applicazione del “diritto del Terzo settore” esercitando una funzione di vigilanza, monitoraggio e controllo pubblico degli enti del Terzo settore (ETS). Per di più, tali funzioni non riguarderanno soltanto i sistemi di registrazione degli ETS e l’attività di promozione e controllo esercitata dalle Reti associative e dai Centri di servizio per il volontariato, ma anche il monitoraggio e il coordinamento delle attività attribuite agli uffici del RUNTS (artt. 92 e ss. CTS). In questo senso, l’attività del Ministero risponde all’esigenza di garantire la corretta osservanza della disciplina legislativa, statutaria e regolamentare degli ETS e si lega alla costante opera interpretativa delle norme del Codice, effettuata a partire dell’entrata in vigore del CTS nell’agosto 2017. Oltre a ciò, il Ministero interviene anche nella fase relativa ai controlli propedeutici all’accesso al RUNTS. Un’attività di verifica che non viene svolta solo con riguardo al possesso dei requisiti per gli enti iscritti presso l’Ufficio statale del RUNTS, ovvero le Reti associative del Terzo settore, ma con riferimento a tutti coloro che assumeranno la qualifica di ETS e che sarà tesa ad accertare il rispetto dei requisiti generali e speciali (es. per associazioni di promozione sociale e organizzazioni di volontariato).Per di più,in relazione all’accesso delle Reti associative al RUNTS, il Ministero sarà chiamato a vagliare i c.d. Statuti standard. Modelli che le Reti potranno mettere a disposizione degli enti ad essa aderenti, previa approvazione da parte del Ministero: una procedura che consentirà di accelerare le pratiche di iscrizione nel RUNTS degli stessi enti.

In questa fase di avvio del Registro, in ragione del carattere eterogeneo delle attuali modalità di registrazione (Registri regionali delle organizzazioni di volontariato; Registri Nazionali/regionali delle associazioni di promozione sociale e Anagrafe unica delle Onlus) nonché della mole di posizioni degli enti da trattare e verificare, sarà decisiva  la collaborazione e il coordinamento amministrativo tra il Ministero del Lavoro e le Regioni e le Province autonome. 

Dunque, l’avvio del RUNTS rappresenta uno snodo cruciale per rendere pienamente operativa una riforma che,fin dall’inizio, si è posta l’obiettivo di riordinare, uniformare e promuovere l’intero universo degli ETS. C’è da augurarsi che l’avvio del RUNTS, costituisca un forte stimolo a provvedere con sollecitudine all’invio da parte del Governo della notifica alla UE di alcune norme fiscali soggette al regime di autorizzazione comunitaria. In definitiva, il Registro e i nuovi regimi fiscali degli ETS sono essenziali per liberare tutte le potenzialità innovative della Riforma, ad oggi ancor in buona parte non utilizzate.

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Luigi Bobba: Tre sfide per il Terzo settore del futuro

TRE SFIDE PER IL TERZO SETTORE DEL FUTURO

di Luigi Bobba

Il Terzo settore si trova in una singolare temperie. Da un lato, è spinto a misurarsi con la nuova regolazione determinata dalla riforma del 2017 e a coglierne tutte le opportunità per innovare e trasformarsi, dall’altro, questo mutamento viene fortemente accelerato dalla ormai imminente messa in opera del PNRR, che si presenta come un’occasione imperdibile per mettere mano a questioni a lungo irrisolte, ma altresì per delineare quello che il Terzo settore e l’intero Paese vogliono diventare. E questi anni che ci separano dal 2026 – termine entro il quale i progetti e gli investimenti dovranno essere realizzati – sono il momento della prova più difficile. Ovvero, come far percepire la grandezza – e forse la nobiltà – della sfida di Next Generation EU al cittadino comune. 

Per il Terzo settore è un’occasione senza precedenti non tanto per occupare spazi, quanto per avviare processi, facendo innanzitutto leva sulla capacità di stare sulla frontiera della crescita inclusiva, di resistere nei territori interni come nelle periferie più abbandonate, di nuotare nella democrazia digitale senza lasciarsi irretire dal fascino degli algoritmi, ma continuando a credere e a praticare la democrazia partecipativa. Ecco, se dovessimo delineare il ruolo del Terzo settore nei prossimi anni potremmo racchiuderlo in queste tre immagini: vettore della crescita inclusiva, sentinella delle persone vulnerabili e dei luoghi dimenticati, attore non subalterno dello spazio pubblico nel tempo della democrazia digitale. Queste tre immagini individuano i processi da attivare per delineare una “transizione sociale”, ancora poco tematizzata, ma forse altrettanto decisiva rispetto alla transizione ecologica. Come nella transizione ecologica si tratta di ridurre il peso dell’impronta che noi umani lasciamo sul pianeta, di passare dalle energie fossili a quelle solari, e di utilizzare tecnologie sempre più soft. Così nella transizione sociale, la disponibilità dei beni essenziali per la vita non può non essere all’insegna dell’inclusività, ai processi di atomizzazione della vita quotidiana e alla crescente solitudine, bisogna rispondere con la ricostruzione dei legami comunitari, alla crescente invasività delle piattaforme informative, mediatiche e dell’entertainment, si deve anteporre la cura dei processi partecipativi e democratici e la promozione di una società aperta e plurale. 

L’affronto di queste sfide può altresì trovare un contesto di riferimento favorevole in quanto, entro la fine del 2021, sarà varato dalla Commissione Europea, per iniziativa del commissario Nicolas Schmit, un Social Economy Action Plan con l’obiettivo di migliorare gli investimenti sociali, supportare l’innovazione e creare occupazione. La scelta appare convincente, ma servono due condizioni per conseguire i risultati attesi. In primo luogo, per garantire la costruzione di un ecosistema adeguato e forte per lo sviluppo delle organizzazioni di terzo settore a livello europeo, occorre un più preciso perimetro concettuale che consenta di arrivare a una definizione giuridica comune. E poi, addivenire alla creazione di un sistema condiviso di misurazione dell’impatto sociale che venga universalmente accettato e applicato. Solo a queste due condizioni avremo una nuova fioritura di imprese sociali, la capacità di orientare le risorse comunitarie verso le organizzazioni in grado di dare risposte innovative ai bisogni più dimenticati e un riconoscimento del Terzo settore come attore sia dell’economia sociale, sia dello sviluppo dell’inclusione e della cittadinanza attiva. In sintesi, i tre processi prima descritti – accesso ai beni essenziali della vita, ricostruzione dei legami comunitari e cura dei processi partecipativi – possono essere letti come l’individuazione di un orizzonte dell’equità, ovvero una nuova prospettiva sia per le politiche economiche e del lavoro che per quelle sociali e sanitarie. 

La prima sfida per il Terzo settore sta nel come diventare un attore rilevante dell’economia sociale intesa non come segmento marginale, ma componente strutturale di una libera economia di mercato. Come riuscire a generare valore economico e insieme valore aggiunto sociale. Il percorso in questa direzione non si misurerà unicamente nella crescita del PIL prodotto e dell’occupazione generata, ma quanto questa originale forma di produzione di beni e servizi, sia in grado di contaminare le imprese profit. Ovvero quanto queste stesse imprese incorporeranno nella loro reputazione sociale indicatori del benessere che avranno generato per i loro collaboratori, per la comunità circostante e per l’ambiente naturale in cui operano. Tale prospettiva, a fronte di una finanziarizzazione sempre più spinta dei processi produttivi, potrebbe apparire un po’ irenica o del tutto irrealistica. Eppure dopo la crisi pandemica qualcosa si sta muovendo in tale direzione: dalla proposta di una carbon tax a una tassazione minima di base dei giganti multinazionali che estraggono profitto dai territori senza restituire quasi nulla. Oppure, su un piano più microsociale, si pensi al desiderio sempre più forte nelle generazioni giovani di utilizzare le proprie competenze e i propri saperi non unicamente e non principalmente per fulminee carriere e per accrescere il proprio reddito, bensì per realizzare i propri sogni, tra cui quello di svolgere attività professionalmente qualificate e allo stesso tempo socialmente orientate. Ne derivano un’opportunità e un rischio. Un’opportunità perché questo potenziale di persone motivate e preparate può essere un formidabile volano di innovazione; un rischio in quanto le imprese profit appaiono più veloci e capaci di assorbire e utilizzare i processi di digitalizzazione dell’economia. Si pensi alla sharing economy, che, a dispetto della parola, è diventata invece un territorio senza regole dove possono prosperare le forme più sottili e dure di sfruttamento del lavoro delle persone. Ma un’economia della condivisione non è invece l’orizzonte tipico delle imprese sociali, delle imprese non mosse in modo esclusivo dall’imperativo del profitto e del rendimento a breve termine? Ancora nelle grandi imprese evolute, c’è una crescente attenzione alle politiche della “diversity”, ovvero a criteri di gestione delle persone orientate a includere e valorizzare le molte diversità ormai presenti negli ambienti di lavoro (di genere, di razza, di religione, oltre alle molte forme della disabilità). Ora, le imprese sociali che sono state capaci di inventare forme di inserimento al lavoro per quei soggetti che presentavano disabilità e disagi di varia natura potrebbero diventare una piattaforma di expertise e di formazione delle imprese profit proprio per evitare di considerare un problema le differenze o le disabilità, valorizzandole invece in modo inclusivo. 

C’è una seconda sfida che interroga il Terzo settore: come ricostruire legami comunitari in società dominate da un individualismo radicale e dove la solitudine sta diventando una delle più rilevanti patologie sociali. Da un lato, nelle città e nelle metropoli si assiste a una crescente atomizzazione della vita quotidiana e delle relazioni sociali. Dall’altro, i territori interni e le periferie appaiono come luoghi da cui fuggire perché privi di opportunità di vita e di prospettive specialmente per i più giovani. È ben chiaro che la crisi pandemica ha eroso una delle risorse fondamentali delle reti associative, cooperative e di volontariato, ovvero la forza, la persistenza e la qualità delle relazioni interpersonali che sono il capitale invisibile di queste organizzazioni, la miniera nascosta che consente loro di durare e di resistere anche nei momenti più critici. Ebbene, nel tempo del Covid la relazione anziché risorsa e potenziale espansivo, è diventata pericolo, rischio da cui guardarsi. E tanto più la crisi è stata profonda tanto più può affermarsi la convinzione che sia meglio salvarsi prima e da soli. Vale per le persone, come per le nazioni. Vale nel tenersi ben stretto il proprio reddito garantito, come pure per l’irresponsabilità delle nazioni ricche nel non attuare un piano globale di accesso universale ai vaccini. È dentro questo contesto che il Terzo settore può essere foriero di innovazioni nei modi di lavorare, vivere, abitare e condividere culture nell’orizzonte della convivialità delle differenze. È forse il pericolo più grave, la sfida più rischiosa. Eppure, lì vi è un terreno generativo del domani. Lì si gioca la possibilità di far vivere la comunità non come orizzonte nostalgico e ristretto, ma risorsa per superare la crescente incertezza. Vale per le cooperative di comunità che nascono nei nostri borghi abbandonati; vale per l’avvio di nuove forme dell’abitare grazie all’housing sociale; vale per le esperienze di coworking; vale per la resilienza dimostrata dalle Pro Loco nel tempo della pandemia, assumendosi compiti di assistenza sociale e solidarietà elementare prima mai svolti; vale per le nuove imprese sociali che si assumono la sfida imprenditoriale di favorire la transizione ecologica degli immobili del Terzo settore per restituirli alla loro missione originaria; vale per le tante piccole realtà del Terzo settore che decidono, utilizzando le nuove norme della riforma, di unirsi rete associativa non solo per avere più forza e visibilità nella rappresentanza, ma anche per potersi concentrare sulla propria specifica missione; vale per i tradizionali enti di formazione professionale che decidono di ripensarsi per fare della formazione e del lavoro luoghi partecipativi e comunitari; vale infine per i Municipi che anziché limitarsi ad attuare esternalizzazioni di servizi sociali verso soggetti di mercato, decidono di mettere in campo processi più complessi e partecipati per realizzare servizi con enti del Terzo settore sempre più vicini alle persone, dando così un marchio comunitario ad attività di rilievo pubblico. I semi di una nuova stagione comunitaria ci sono, ma non è detto che i venti gelidi dell’individualismo li possano indebolire o far morire. 

Infine, una terza sfida sta di fronte ai soggetti del Terzo settore è forse la più insidiosa, perché più difficile da raccogliere. Sta nel fatto che le tecnologie digitali hanno cambiato la sfera pubblica, ovvero il luogo dell’azione e del confronto democratico. In un recente saggio, anche lo stesso Giuliano Amato, vicepresidente della Corte Costituzionale si è chiesto “Cosa è successo alla democrazia”? La domanda non è né retorica, né scontata. Perché oltre alla sclerotizzazione dei partiti il nostro tempo vede un dominio incontrastato della rete. Le piattaforme informative, della musica, dei film, dei video sono diventate la spina dorsale della sfera pubblica o meglio l’infrastruttura della stessa. Ma non possiamo essere ingenui. Queste piattaforme rispondono a interessi privati e dunque sono strutturate così da attirare l’attenzione degli utenti nel modo tendenzialmente più completo possibile. Rispondono ai bisogni di consumo, di emozioni, di relazioni, di divertimento, di informazione: insomma colonizzano tutta la sfera relazionale. Per di più nella sfera informazioni/ opinioni di carattere sociale e politico tendono a spingere i post che attirano maggiormente l’attenzione: quelli con contenuti conflittuali. Ne deriva una polarizzazione degli orientamenti sociali e politici, che alimenta una crescita del percepito a danno del reale. Cosicché diventa più importante indicare i colpevoli di una situazione di crisi, che cercare soluzioni. Al Terzo settore spettano due compiti nuovi: promuovere un’alfabetizzazione mediatica del cittadino, perché solo un uso consapevole di questi mezzi, può evitare la subordinazione, la passività e soprattutto la crescita del digital divide. Il dato ISTAT relativo all’anno scolastico 2020/21 è inequivocabile: la DAD ha tagliato fuori circa l’8% dei bambini e dei ragazzi, e tale percentuale diventa del 25% in caso di soggetti disabili. L’altro compito è di utilizzare la propria funzione di advocacy per tutelare i cittadini anche nei confronti delle grandi piattaforme obbligando le stesse ad adottare criteri socialmente rilevanti nella proposizione dei contenuti. Insomma, come si fa pagare chi inquina, così si deve tassare chi intossica la vita sociale, emozionale e relazionale. 

In conclusione, le tre sfide sinteticamente illustrate rappresentano un’opportunità formidabile per il Terzo settore per diventare una “struttura portante non di supplenza, ma di autonoma e specifica responsabilità” dell’intero Paese. 

in, Daniele Marini (a cura di), MutaMenti 2021 Friuli-Venezia Giulia e Veneto: ter(re)agenti, Ricerche Marsilio (2021)

 

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Le nuove sfide del Terzo Settore per generare una società migliore

Numerosi e qualificati cambiamenti attendono il mondo del welfare, ne parliamo con il presidente di Terzjius Luigi Bobba

Il Terzo Settore è un insieme di enti di carattere privato che agiscono in diversi ambiti, dall’assistenza alle persone con disabilità alla tutela dell’ambiente, dai servizi sanitari e socio assistenziali all’animazione culturale. Spesso gestiscono servizi di welfare istituzionale e sono presenti per la tutela del bene comune e la salvaguardia dei diritti negati. Il Terzo settore esiste da decenni ma è stato riconosciuto giuridicamente in Italia solo con la legge delega 106 del 2016, e con il contestuale avvio della riforma che lo interessa, ne definisce i confini e le regole di funzionamento. Allo stato attuale, la già menzionata riforma è in corso di ulteriore attuazione e, non pochi provvedimenti attuativi – a cominciare dall’avvio del Registro – comporteranno numerosi e qualificati cambiamenti. In Terris ha intervistato su questo tema Luigi Bobba già presidente nazionale delle Acli, parlamentare e sottosegretario al Lavoro. Ora presidente di Terzjus, di Enaip Mozambico e del Comitato Global Inclusion.

L’intervista su  Novembre 2021

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Luigi Bobba: “La via italiana al sistema duale: risultati e criticità”

Un primo bilancio della sperimentazione dei percorsi di IeFP “duale” non può non tener conto di quali fossero le attese iniziali e soprattutto di quali obiettivi si volesse centrare. Innanzitutto, vi era la volontà esplicita di abbattere il muro che separava nettamente scuola e impresa. Si voleva affermare anche un principio pedagogico, ovvero che l’apprendimento non avviene esclusivamente mediante l’acquisizione di conoscenze astratte, ma con una continua interazione tra riflessione e pratica, studio e lavoro. Un cambiamento particolarmente urgente nella scuola italiana che ha visto progressivamente crescere la separazione di queste dimensioni.

Lo sviluppo del duale in IeFP, la diffusione dell’alternanza scuola lavoro, la nascita degli ITS hanno segnato un cambio di stagione. Ma il percorso non è affatto compiuto. (continua)

Leggi il mio articolo nel monografico “La valutazione dell’esperienza duale nella IeFP. Linee di sviluppo del sistema nazionale” della Fondazione per la Scuola

 

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La forza del volontariato per generare una società più empatica e inclusiva

A trent’anni di distanza dall’approvazione della legge quadro sul volontariato Interris.it ha intervistato il presidente di Terzjus Luigi Bobba

Nella letteratura contemporanea il volontariato è inteso come un’attività gratuita e libera svolta con l’obiettivo di promuovere la solidarietàe il mutamento sociale positivo. Esso è una scuola di empatia e altruismo che si pone l’obiettivo di promuovere i valori della pace, della nonviolenza, della legalità e della giustizia sociale.

leggi la mia intervista su Interris del 13 ottobre 2021

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Riforma del Terzo settore: cosa aspetta il Governo a portarla a termine?

La riforma è apprezzata da più dell’80% dei soggetti interessati, ma rischia di essere sprecata in quanto la sua attuazione procede con passo troppo lento. Di rinvio in rinvio che fine hanno fatto il Registro unico del Terzo settore, l’invio alla Ue del pacchetto fiscale, il social bonus e il titolo di solidarietà? Eppure potrebbe essere un traino decisivo nella costruzione di un nuovo modello di politiche pubbliche nell’ambito del piano di Recovery

Il mondo del Terzo settore si trova ad affrontare una singolare temperie, carica di rischi ma anche di molte opportunità. Da un lato, è sospinto al cambiamento dalla Riforma che lo ha interessato per intero sia sul piano civilistico che fiscale; dall’altro, non può non cogliere le sfide che sono insite nell’attuazione del PNRR. I due fattori sono altresì intrecciati con il prossimo varo del Social Economy Action Plan, a cui sta lavorando il Commissario UE Nicolas Schimdt. Un tempo dunque di accelerati cambiamenti che richiedono scelte coraggiose e capacità di visione.

Ma cominciamo dallo stato di attuazione della riforma del Terzo settore. Dal Terzjus Report 2021emerge un macro dato. La riforma è apprezzata da piu’ dell’80% dei soggetti interessati, ma rischia di essere sprecata in quanto la sua attuazione procede con passo troppo lento.

Un passaggio decisivo sarà sicuramente l’avvio del RUNTS, il Registro unico degli enti del terzo settore. È trascorso ormai piu’ di un anno da quando il Ministero del Lavoro ha emanato il relativo decreto.E i sei mesi dati alle Regioni per istituire l’ufficio del Registro ed effettuare le trasmigrazioni delle Aps e delle Odv iscritte ai precedenti registri, sono abbondantemente scaduti. Serve un deciso intervento del Ministro del Lavoro per smuovere chi ancora sonnecchia, anche perchè lo stesso Ministero, già dal 2018, ha trasferito a tutte le Regioni le risorse per dotarsi del personale e delle attrezzature necessarie alla gestione del Registro. Senza questo cardine fondamentale, la riforma resta zoppa.

Connessa al Registro vi è la seconda questione essenziale: la notifica alla Commissione UE di alcune delle nuove norme fiscali. Ormai questo atto si trascina da circa quattro anni, anche se il Ministro Orlando, intervenendo a fine luglio alla prima riunione del ricostituito Consiglio nazionale del terzo settore, ha assicurato che la notifica era in via di perfezionamento e in autunno sarebbe stata trasmessa a Bruxelles.

Guardando l’altra faccia della medaglia, osserviamo che sono stati invece adottati nel 2021 provvedimenti importanti quali il Regolamento delle attività diverse previste all’art.6 del Codice, le disposizioni relative al 5 per 1000 e quelle sulle donazioni di beni in natura. In forza di questi tre atti amministrativi, gli ETS sono spinti ad investire maggiormente sulle attività secondarie e strumentali come fonte finanziaria per il sostegno delle proprie attività di interesse generale; poi, avranno a disposizione in tempi più rapidi la quota spettante del 5 per mille; infine, potranno ricevere non solo erogazioni liberali in denaro con un trattamento fiscale più favorevole per il donatore, ma altresì beni in natura da imprese che, in forza della facilitazione fiscale, potrebbero essere spinte a sostenere in tal modo i progetti degli ETS.

Dal versante delle misure promozionali, vi è una buona notizia. Nel decreto “Sostegni bis” dell’agosto scorso, è stato cancellata la necessità di un decreto attuativo del MEF per dare avvio al social lending.Così, fin da ora, le piattaforme di crowfunding potranno raccogliere risorse per gli ETS con un significativo vantaggio fiscale, ovvero la rendita finanziaria del risparmio raccolto e prestato agli ETS, sarà trattata con l’aliquota dei titoli pubblici (12,5%) anziché con quella della generalità delle rendite finanziarie (26%). Mancano invece all’appello il Social bonus, anche se il Ministero ha assicurato che l’atto è in avanzata fase di preparazione, e i Titoli di solidarietà. Qui il MEF potrebbe da subito emanare il decreto attuativo escludendo per ora la quota di liberalità (0.6% del valore del titolo) che il risparmiatore acquirente può donare come forma di liberalità ad un progetto di un ETS. Infatti, solo tale norma e non l’intera disposizione sui Titoli di solidarietà è soggetta ad autorizzazione comunitaria.

Da questo sommario e non completo quadro, si evince che le misure che si presentano come opportunità sono meno conosciute o non sono ancora state attuate. Ne deriva uno strabismo singolare per cui la Riforma viene percepita più come una nuova regolazione che come leva di sviluppo.Tale strabismo potrebbe rappresentare un freno per gli ETS nel cogliere tutte le potenzialità insite nel PNRR. Il richiamo all’art.55 del CTS, che il Presidente del Consiglio Draghi ha fatto nel suo discorso programmatico alla Camera , dovrebbe fungere da stella polare per l’utilizzo delle risorse del PNRR, attivando da subito le procedure dell’amministrazione condivisa: coprogrammazione,coprogettazione e accreditamento. I primi segnali circa l’impiego della quota di risorse già versata dalla UE all’Italia, non sono incoraggianti. Si percepisce il Terzo settore sempre come fornitore e non come partner delle amministrazioni pubbliche. Ma la via collaborativa tra ETS e PA ha la stessa dignità di quella concorrenziale e ,anzi, può essere privilegiata proprio per quella comunanza di scopo tra ETS e PA riconosciuta dalla sentenza della Corte Costituzionale del giugno 2020. Le risorse aggiuntive appostate per la non autosufficienza, per il servizio civile, per la povertà educativa minorile, per l’utilizzo degli immobili confiscati alle mafie, per la formazione duale, per il welfare di comunità, per l’housing sociale, per il ricupero delle periferie ( solo per citare alcuni dei capitoli della Missione 5 del PNRR) debbono essere spese prevalentemente non attraverso bandi tradizionali ma avvalendosi delle procedure dell’amministrazione condivisa.

L’attuazione rapida e completa della Riforma, nonché una scelta di metodo innovativa (agganciata agli art.55 e 56 del Codice) nella gestione del PNRR, potrebbero mettere in condizione il Governo insieme agli ETS di presentarsi a Bruxelles con le carte in regola per essere tra i protagonisti del Piano di azione dell’economia sociale. Poiché l’Italia è l’unico Paese della UE ad avere una normativa unitaria sul Terzo settore, siamo nelle condizioni di diventare un soggetto trainante per la creazione di un ecosistema adeguato e forte per lo sviluppo del “terzo pilastro “ a livello europeo.

articolo di Luigi Bobba 06 pubblicato su Vita.it del ottobre 2021

Luigi BobbaRiforma del Terzo settore: cosa aspetta il Governo a portarla a termine?
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Luigi Bobba e Nicolò Melli: “Prestito sociale, la finanza buona”

Il «social lending» consente di investire denaro su progetti validati: lo scorso anno tramite 28 piattaforme erogati quasu 800 milioni. La Riforma degli Ets prevede sgravi fiscali ai gestori di questi portali. L’attesa di norme Ue per un crowdfunding ancor più trasparente.

Luigi Bobba e Nicolò Melli su Corriere Buone Notizie del 5 ottobre 2021

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Il 6° Report Italiano sul Crowdinvesting, presentato lo scorso luglio dalla School of Management del Politecnico di Milano, porta in evidenza il fenomeno del social lending. Stando ai dati del Rapporto, al 30 giugno 2021, erano 28 le piattaforme attive – a fronte di circa la metà l’anno precedente– che sono state in grado di erogare quasi 652 milioni a imprese e oltre 123 milioni a privati, contro i “soli” 29 milioni di euro mediati nel 2016. Nato nel 2005 nel Regno Unito, il social lending (o prestito sociale) è uno strumento che consente di mettere in relazione, tramite l’utilizzo di piattaforme digitali, soggetti interessati a prestare denaro con chi ha necessità di disporre – a fronte del rilascio di un rating basato sull’affidabilità creditizia – di risorse economiche per sviluppare progetti, sostenere la propria attività o semplicemente far fronte a bisogni di carattere finanziario. Sebbene relativamente recente, il prestito sociale ha registrato numeri importanti in termini  di flussi gestiti dai portali. Lo scorso anno, nel solo Regno Unito sono stati erogati circa 6.3 miliardi di euro in prestiti sociali e oltre tre sono quelli registrati nell’Europa continentale; valori che sono destinati a crescere esponenzialmente nei prossimi anni.  In questo contesto di rapido sviluppo, si è inserita anche la riforma del Terzo settore che, all’interno del Codice del Terzo settore, ha previsto una sezione specifica finalizzata all’introduzione di misure fiscali di sostegno allo sviluppo di alcuni strumenti di finanza sociale, tra cui proprio il social lending. Per la prima volta, si fornisce una veste giuridica e si incentiva – sia per il tramite del prestito sociale che per i titoli di solidarietà (questi ultimi non ancora operativi) – l’utilizzo di strumenti finanziari volti a favorire gli investimenti in progetti orientati a generare ricadute positive e benefici per le nostre comunità. Nello specifico, la norma del Codice relativa al social lending attribuisce un particolare vantaggio fiscale ai gestori dei portali online – siano esse società iscritte all’albo degli intermediari finanziari o istituti di pagamento – che svolgono attività di prestito sociale finalizzato al finanziamento delle attività di interesse generale promosse dagli ETS. Infatti, sugli importi percepiti a titolo di remunerazione dai soggetti che prestano fondi attraverso tali portali, viene operata una ritenuta alla fonte a titolo di imposta con l’aliquota prevista per i titoli di Stato (12,50%) anziché del 26%. Dunque un incentivo fiscale che, da un lato, consente agli enti del Terzo settore iscritti al futuro RUNTS di diversificare le proprie fonti di finanziamento accedendo ad una moltitudine di piccoli “sostenitori”; dall’altro, mette a disposizione dei possibili prestatori un consistente beneficio fiscale. L’importante impulso dato al Social Lending si inserisce, peraltro, nel contesto del nuovo Regolamento finalizzato alla creazione di un regime armonizzato in materia di «crowdfunding» in tutti i Paesi dell’Unione Europea. Il nuovo impianto, che si applicherà anche alle piattaforme di social lending, introdurrà diverse nuove disposizioni volte a favorire la trasparenza e l’operatività delle piattaforme di crowdfunding. Ma c’è un’ulteriore e importante novità. Mentre diverse misure fiscali previste dalla Riforma sono ancora ferme al via, in attesa di decreti attuativi o dell’autorizzazione da parte della Commissione Europea, il decreto semplificazioni (d.l. 77/2021, art.66 bis, co.10) convertito in legge il 3 agosto scorso, proprio con riferimento al prestito sociale, ha cancellato la norma che prevedeva l’emanazione di un decreto del Ministero dell’Economia per la determinazione delle modalità attuative. Questo (atteso e sperato) risultato arriva in un periodo critico per tante organizzazioni del Terzo settore che si trovano a dover fare i conti con una difficile ripartenza. Strumenti come il social lending – già da oggi immediatamente utilizzabile grazie alla nuova norma – rappresentano un’opportunità per gli ETS per rispondere alle sfide del presente.  Le molte potenzialità offerte dal “fintech” possono facilitare gli investimenti degli ETS nello sviluppo di nuove attività e servizi sia come risposta a bisogni inediti, sia come valorizzazione delle potenzialità’ insite nelle nostre comunità territoriali. La sfida dell’innovazione è aperta: sta agli ETS decide di percorrerla.

Luigi BobbaLuigi Bobba e Nicolò Melli: “Prestito sociale, la finanza buona”
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