Terzo Settore, una riforma che cambia il pensiero

Dalla Legge Delega del 2016 a oggi, il percorso che ridisegna diritti e doveri del non profit ha segnato tappe importanti. I risultati raggiunti e i prossimi obiettivi nelle parole di due “padri nobili” della riforma, Luigi Bobba e Stefano Zamagni

In principio fu la 106, la Legge Delega che, nel 2016, ha sancito in maniera ufficiale la riforma organica del mondo del Terzo Settore italiano. Seguono, di lì a un anno, un Decreto relativo al Servizio Civile universale e alla regolamentazione del 5xmille, uno che revisiona e rilancia la disciplina delle imprese sociali e, infine, un terzo che conduce all’entrata in vigore del Codice del Terzo Settore, un Testo Unico composto di 104 articoli che integra, armonizza e sostituisce la strati cazione di norme accavallatesi nei decenni. Con il Codice si è avviata l’istituzione di uno strumento fondamentale, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (Runts), che unifica i diversi strumenti diregistrazione preesistenti.

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Luigi BobbaTerzo Settore, una riforma che cambia il pensiero
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È morto Giuseppe Rizzo, il cordoglio delle Acli

Le Acli tutte esprimono cordoglio e vicinanza ai famigliari di Giuseppe Rizzo, primo Presidente dell’Unione Sportiva Acli, dal 1963 al 1966 e Vicepresidente nazionale accanto a Dino Pennazzato, dal 1954 al 1960.

Qui di seguito un ricordo dell’ex Presidente nazionale, Luigi Bobba

Trovandomi lontano da casa e non potendo consultare testi cartacei, scrivo questo breve ricordo di Giuseppe Rizzo, storico dirigente delle Acli scomparso pochi giorni or sono, avvalendomi di due mail che fortunosamente ho ritrovato nel mio computer. La prima è in occasione della Pasqua del 2019, nella quale Rizzo mi inviava i suoi auguri “nel ricordo di Giovanni XXIII, della sua esortazione ad amare i nostri cari e il prossimo, nel rispetto dei valori evangelici, morali e culturali. Anche del libero associazionismo delle emigrazioni e delle immigrazioni. Poche righe ma dense di significati. Il richiamo non casuale al Papa “buono” dice dello speciale rapporto che le Acli degli anni ’50 e ’60 – anni in cui Rizzo ricoprì ruoli apicali nell’associazione – avevano con Giovanni XXIII, canonizzato il 27 aprile del 2014 da papa Francesco.  E le parole conclusive del biglietto di auguri esplicitano il significato di questo legame: “evitando lo spreco di risorse pubbliche destinate agli armamenti”. Risuona qui forte e chiaro il messaggio della Pacem in terris e l’impegno costante delle Acli, fino ai giorni nostri ,per la promozione della pace nel mondo. Ma altresì quel richiamo al “libero associazionismo delle emigrazioni e delle immigrazioni” rivela qualcosa di essenziale circa  l’intelligenza degli avvenimenti che ha caratterizzato l’opera e gli scritti di Giuseppe Rizzo. Il  riferimento alle emigrazioni e’ una delle corde sensibili del movimento aclista; le Acli infatti  hanno accompagnato decine di migliaia di italiani che ,nel dopoguerra in cerca di fortuna e lavoro, avevano preso la via dell’emigrazione in Europa e nelle Americhe. E le Acli, accanto a loro, per mantenere  e rinforzare uno spirito di comunità, tutelare i diritti dei lavoratori e promuovere l’integrazione nel paese di approdo. Ma, altresì, delle “immigrazioni”, segno che Rizzo ben aveva colto il cambiamento di un Paese che, nel volgere di meno di due decenni ,si era trasformato da Paese di migranti in terra di immigrazione. E dunque della necessità per i cristiani impegnati nelle Acli di avvalersi di quello storico patrimonio di cultura e di opere tra i migranti italiani per reinvestirlo nelle problematiche di integrazione dei nuovi migranti.

Ma c’è un seconda mail di Rizzo a cui voglio riferirmi. È datata 13 maggio 2014. Mi scrive con la consueta familiarità ma con un evidente richiamo al ruolo che avevo da poco assunto nel governo Renzi, come sottosegretario al Lavoro con  delega al Servizio civile. “Con riferimento alle recenti prese di posizione del Governo sul Servizio civile – scriveva Rizzo- ( erano state da poco lanciate le linee guida per la Riforma del Terzo settore comprensive anche di una revisione della legge istitutiva del servizio civile da “nazionale” ad universale”), ti invio un mio editoriale  della rivista “Rassegna di Servizio Sociale edita dall’Eiss , di cui sono direttore responsabile. Confido che tu ne possa valutare i contenuti e ne voglia tener conto con riferimento agli annunciati cambiamenti del servizio civile”. Rizzo richiama  il carattere  di “un servizio con forte valenza educativa e formativa. Un’ opportunità di educazione alla cittadinanza attiva, in grado di contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico del Paese”. Dopo aver citato una mia interrogazione dell’aprile del 2012, nella quale denunciavo la cronica carenza di fondi destinati al servizio civile e il rischio di una crisi irreversibile, Rizzo invoca una revisione normativa della materia. “in particolare elevando in modo significativo e stabile il numero di posti da riservare ogni anno ai giovani volontari….” e “assicurandone la tempestiva copertura finanziaria” E concludeva ,“penso ad un nuovo impiego dei volontari del servizio civile (….)   che risulti valido per rianimare nella scuola italiana l’insegnamento del rispetto delle leggi. Una presenza da realizzare ,d’intesa con i Ministeri del lavoro e dalla pubblica Istruzione , in tutte le scuole italiane con la mobilitazione di insegnanti, famiglie , enti locali e libero associazionismo”. Parole in qualche modo profetiche che hanno trovato riscontro proprio nel decreto legislativo n.40/2017 relativo alla nuova disciplina del Servizio civile universale. Sono felice di aver tratto spunto – allora come Sottosegretario – anche dalle parole di questo appassionato dirigente delle Acli per mettere mano ad una riforma volta anche a fornire le risorse necessarie per  “assicurare piu’ incisive forme di educazione civica e di vita comunitaria”. E, anche una mia recente proposta volta ad introdurre un’alternanza scuola/sevizio civile per i ragazzi dai 16 ai 18 anni, va esattamente nella direzione indicata da Giuseppe Rizzo al fine di “realizzare la crescita della cultura della legalità, con la diffusione di nuove regole di convivenza civile….”

In conclusione, nelle poche volte che ho avuto modo di incontrarlo di persona durante gli anni della mia presidenza (1998-2006), ciò che mi è rimasto impresso sono la sua energia, il suo sguardo penetrante e, nonostante l’età avanzata, il desiderio di prospettare nuove forme di impegno sociale per rispondere alle domande di giustizia di questo nostro tempo.

Vogliamo ricordare Giuseppe Rizzo anche  attraverso alcuni estratti di un suo lungo articolo, pubblicato nel suo blog personale nel 2013,  che ben testimonia il legame profondo tra Rizzo e l’associazione.

…Tra chi scrive, Giuseppe Rizzo nato a Catania il nove febbraio del 1924, e le associazioni cristiane dei lavoratori italiani -le Acli- esiste un legame profondo, un rapporto incancellabile anche se gli eventi, a più riprese, hanno provato a farlo: ma di questo dirò in seguito. Un rapporto fatto di sentimenti e di scelte razionali e definitive che, sin dall’anno 1944 quando avevo 20 anni, mi legarono testa e cuore ragioni e sentimenti, al movimento dei lavoratori cristiani italiano. Un legame fatto forte dalla profonda condivisione di quella triplice fedeltà: alla classe lavoratrice, alla democrazia e alla dottrina sociale cristiana, evocata nel 1955 dal Presidente centrale delle Acli Dino Penazzato. Del quale sono stato dal 1954 e per molti anni stretto collaboratore nella veste di componente la presidenza centrale e di vice presidente nazionale. Fedeltà alla classe lavoratrice, profondamente sentita anche perché già a 16 anni ero lavoratore figlio di lavoratori, fedeltà alla democrazia per essere forti nella libertà e nella giustizia, fedeltà alla Chiesa perché non vi può essere dissidio tra l’insegnamento sociale della Chiesa e il mondo del lavoro. …

Di Achille Grandi ricordo il cordiale, affettuoso incontro che ebbi con lui nel 1946 nell’Ospedale di Roma il Fatebenefratelli dove era ricoverato. Ricordo il suo appello a noi giovani e la sua esortazione a fare forti le Acli anche, mi disse, come diretto sostegno alla rappresentanza sindacale cristiana nella CGIL. In Sicilia, prima Regione liberata dal fascismo e dalla guerra, la proposta di dar vita alle Acli fu portata da Salvatore Gasparro, che già nel settembre 1944, rientrato dalla guerra, con un gruppo di amici di Palermo aveva aperto la porta alla nuova associazione con una iniziativa sostenuta dal Cardinale Luigi Lavitrano, arcivescovo di Palermo. Gasparro, dal maggio 1945, fu il primo Consigliere nazionale Acli siciliano e rappresentò la Presidenza centrale in Sicilia sino al suo trasferimento a Roma, dove assunse l’incarico del coordinamento organizzativo nazionale delle Acli. Anche nella mia città mons. Carmelo Patanè, arcivescovo di Catania, aveva appoggiato l’Idea di dar vita ad una associazione di lavoratori cristiani mettendo a disposizione alcuni locali per ospitarla. La proposta venne subito accolta dal giovane sacerdote don Giuseppe Serrano, da me e da un gruppo di giovani catanesi tra i quali ricordo Giuseppe Drago, Antonino Malara, Salvo Cavallaro, Gaetano Scuto, Giannina Polizzi, Nino Perrone, Onofrio Spitaleri, Gaetano Ferrini e Vito Scalia, che rivestirono poi nel tempo importanti cariche sindacali e politiche. Scalia fu il primo rappresentante della corrente sindacale cristiana nella Camera del Lavoro-CGIL- di Catania e poi vice segretario nazionale della Cisl, parlamentare della D.C. e ministro.

Lanciammo la proposta delle Acli con il primo manifesto cittadino stampato dopo la liberazione annunciando la costituzione della nuova associazione dei lavoratori cristiani che si proponeva di essere attivamente presente nel sindacato e nella società catanese. In meno di un anno le Acli di Catania erano attivamente presenti nel mondo del lavoro e nei Comuni della provincia. Conservo copia di una mia lettera del 27 agosto 1945 indirizzata a Salvatore Gasparro che fu per molti anni protagonista della costruzione organizzativa delle Acli a livello nazionale. In quella lettera dell’estate del 1945, con la quale rispondevo ad una sua del 20 agosto 1945, che certamente non era il primo contatto, protocollata in sede centrale a Roma con il n° 37/45, scrivevo: ”Le nostre speranze non sono state deluse. Un grande entusiasmo ci circonda e ci spinge al lavoro. Abbiamo in funzione Uffici, Consigli, Commissioni e il Patronato che svolge da tempo la sua attività. Abbiamo costituito i nuclei Acli nelle principali aziende cittadine, è iniziata l’attività della Commissione femminile e dei servizi sociali, a partire da quelli del tempo libero. …

Avevo già verificato personalmente l’importanza dello sport nella Acli quando già nel 1945 avevo promosso la Polisportiva Acli-Virtus a Catania. Nel 1954 ero già impegnato alla promozione di una società Sportiva delle Acli. Proposta da me formalizzata nella seduta del Consiglio di Presidenza centrale del 21-22 dicembre 1955. Dell’Unione sportiva Acli sono stato poi il Presidente sino al 1962.

In quegli anni il Consiglio nazionale approvò su mia proposta il rilancio delle iniziative di formazione professionale dei lavoratori con la costituzione dell’Enaip –Ente Nazionale Acli per l’Istruzione Professionale- che fu da me diretto, con la collaborazione di Ercole Feroci, Alberto Riello e Mario Gilli, fino al 1962 e che conobbe in quegli anni uno straordinario sviluppo, con la promozione di molti centri permanenti di formazione professionale in tutte le regioni. Ho presieduto e diretto la Cooperazione nelle Acli. In particolare quella edilizia sovvenzionata, con la costruzione in tutte le regioni di centinaia di case per i lavoratori associati. Ho promosso il Centro Turistico Sociale e con Mario Magi curammo per anni la promozione di importanti attività artistiche e ricreative, una rete di filodrammatiche delle Acli ottenendo l’adesione di molti artisti anche professionisti come, tra gli altri, Silvio Noto e Vittorio Gassman.

In quegli anni si lavorò senza risparmio per costruire la casa delle Acli, il corpo del movimento, fatto dai Circoli e da servizi sociali in grado di rispondere alle richieste dei lavoratori associati. Lavoro che fu accompagnato da un significativo impegno per la formazione di nuovi quadri dirigenti delle Acli e dei Servizi. Nacque nel 1958 la Scuola centrale di formazione, con sede a Roma in Via Ulisse Seni n.2. L’obiettivo era quello di formare nuovi quadri per dare più forza ad “UN GRANDE MOVIMENTO OPERAIO CRISTIANO GUIDA DELLA CLASSE LAVORATRICE”.

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Caro ministro Orlando, ecco i 10 passi per compiere (finalmente) la Riforma del Terzo settore

Più dell’80% dei 1171 rispondenti, ha un giudizio positivo della riforma, in quanto ha introdotto una normativa unitaria per tutti gli enti del terzo settore (ETS); ma,altrettanti lamentano un iter troppo lungo e tempi di attuazione eccessivamente dilatati. La coincidenza della fase attuativa della Riforma con l’avvio delle misure del PNRR è un’occasione imperdibile per fare del Terzo settore – come ha detto il Presidente Mattarella “una struttura portante, non di supplenza ma di autonoma e specifica responsabilità per l’intero Paese.

di Luigi Bobba, 20 luglio 202, Vita.it

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Cattolici, l’orizzonte globale tra identità e resilienza. Una riflessione di Luigi Bobba vent’anni dopo il G8 di Genova

Per ricordare il ventennale delle manifestazioni contro il vertice del G8 di Genova e i drammatici fatti di violenza, culminati nella orribile sanguinaria repressione, da parte delle forze dell’ordine, nei confronti dei manifestanti, nella Scuola Diaz, pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, questa riflessione di Luigi Bobba, all’epoca Presidente nazionale delle Acli. Una riflessione, quella di Bobba, che tocca le tematiche, ancora attuali, che portarono i cattolici a scendere in piazza per reclamare una autentica giustizia sociale nei rapporti mondiali*.

pubblicato anche su Rai News Confini del 14 luglio 2021

Nel luglio 2001, alla vigilia del vertice G8 di Genova, anche le associazioni della società civile di area cattolica come le ACLI, riunite sotto lo slogan “Sentinelle del mattino” lanciato da Giovanni Paolo II, fecero sentire la loro voce con una manifestazione pacifica e composta nel capoluogo ligure che appariva già in fermento nell’imminenza dell’evento politico di cui l’Italia del governo Berlusconi era il Paese organizzatore.

Non va dimenticato che il tema sul tappeto era la valutazione politica che il G8 era chiamato a dare sulla globalizzazione dell’economia e della finanza e che in quel momento storico la posizione più diffusa e prevalente tra i movimenti era quella dei cosiddetti antagonisti i “no global” il cui portavoce era allora Vittorio Agnoletto.

Ricordo benissimo che toccò proprio a me come Presidente nazionale delle Acli prendere la parola per dare voce alle Sentinelle del mattino e spiegare le ragioni della nostra originale posizione “new global” che non si limitava a condannare la globalizzazione in quanto tale, ma esprimeva la necessità di un discernimento tra gli aspetti ipositivi e negativi della globalizzazione. Tuttavia veniva rigettata senza mezzi termini una globalizzazione senza regole, non rispettosa dei diritti umani che era soltanto una forma aggiornata di colonizzazione globale. Una posizione chiara e netta sul giudizio degli effetti della globalizzazione ma con la quale, contestualmente, si prendevano le distanze dai movimenti no global per la loro posizione ambigua circa la condanna delle azioni violente perpetuate in diverse manifestazioni.

All’inizio del terzo millennio, quelle associazioni cattoliche volevano esprimere soprattutto la loro volontà di intraprendere un nuovo cammino certamente aperto alla globalità, ma da intendere sempre come pluralità culturale di valori e di colori, come convivialità delle differenze e ricchezza dei punti di vista, mai come omologazione, uniformità e conformismo.

Come denunciavo testualmente nel mio intervento di 20 anni fa, a Genova, “la globalizzazione senza regole aumenta la solitudine del cittadino, lo fa sentire ancor più inutile e impotente, lo indebolisce nella sua identità culturale e nel suo radicamento territoriale, lo rende omologato al sistema e al Pensiero Unico, riducendo la memoria collettiva e il suo legame vitale con il passato. Inoltre, rende più confuse le prospettive di futuro, rinchiudendo il suo orizzonte in un presente statico e piatto, rassegnato e in difesa.”.

Ebbene, il ventennio trascorso ha confermato non solo come la globalizzazione , insieme ad indubbi effetti positivi, quali l’uscita dall’area della poverta’ di centinaia di milioni di persone, abbia ristretto i confini del mondo ma soprattutto come abbia esasperato le sue contraddizioni, gli squilibri economici e le ingiustizie sociali, moltiplicato la crescente presenza delle periferie anche esistenziali e aumentato lo scandalo degli sprechi.

Negli anni più recenti è stato soprattutto papa Francesco a denunciare la perdita di umanità e di civiltà nel mondo attuale, dando voce ad una Chiesa sempre più consapevole di svolgere la sua missione di “ospedale da campo” dove alla già pesante pandemia sociale si è aggiunta quella sanitaria del Covid-19 che ha fatto percepire al mondo intero la minaccia del rischio planetario.

Nelle sue due encicliche Laudato si’ (2015) e Fratelli tutti (2020) ha indicato chiaramente quali siano i passi da compiere per fare spazio agli esclusi, ai non garantiti, agli emarginati, a coloro che sono considerati senza diritti, ai nuovi poveri, agli anziani abbandonati alla loro solitudine, alle donne che restano prive della parità di genere, ai giovani condannati al precariato e all’assenza di futuro, allo sfruttamento minorile e alle forme più vergognose di violenza sui bambini.

A dire il vero, non solo papa Francesco ma la stessa Onu è intervenuta con l’Agenda 2030,che contiene i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, un documento politico che è stato approvato da ben 193 Paesi, tra cui l’Italia. Tali sfide globali riguardano le persone, il pianeta, la prosperità, la pace e la partnership. Un’agenda per affrontare i drammi principali che riguardano i sette miliardi e mezzo di persone che abitano oggi sul pianeta e in particolare coloro che sono alle prese con la povertà, la fame, la salute, l’istruzione e la parità di genere.

Per intervenire e ridurre le disuguagliane di ogni tipo che impediscono all’ umanità di vivere in maniera decente e dignitosa si richiedono cambiamenti profondi e radicali. Si tratta di compiere una svolta non solo di natura economica ed ecologica, ma anche culturale e spirituale.  Il Papa stesso parla infatti di un “deterioramento etico e culturale che si accompagna a quello ecologico” (Laudato si’, 162). Ciò che più dovrebbe preoccupare è che “la gente ormai non sembra credere in un futuro felice, non confida ciecamente in un domani migliore a partire dalle attuali condizioni del mondo e delle capacità tecniche” (Laudato si’, 113)

Tutti coloro che per ragioni di studio guardano al futuro ci dicono che gli spazi dell’utopia si sono assai ridotti, mentre sono aumentati, come ha spiegato bene Bauman, gli spazi della retrotopia e, ancor più, soprattutto dopo l’avvento della pandemia, le previsioni catastrofiste della distopia.

Non potrà dunque bastare la conversione economica perché “il mercato da solo non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale” (Laudato si’, 109).

È vero che papa Francesco sostiene convintamente le prospettive di tanti economisti di area cattolica impegnati da anni a promuovere una nuova e originale “economia civile” che ha il merito di coniugare insieme la cultura del dono e del bene comune con il principio del profitto e dell’interesse individuale.

Questi economisti spiegano in modo razionale che insieme alla categoria del dono e dell’azione gratuita è possibile valorizzare e fare spazio alle esperienze del non profit, ai soggetti del Terzo Settore, alle molteplici realtà dell’economia civile.

Si tratta di scoprire insieme la bellezza del dono, e contemporaneamente l’interesse per l’altro. Sta qui infatti, l’originalità dell’economia civile, ossia il valore di legame che è proprio del dono. In questo modo, oltre al valore d’uso e al valore di scambio (entrambi già noti all’economia tradizionale) acquista un ruolo di rilievo il “valore di legame” che è tipico dell’economia civile. Ed è ciò che diventa oggi prezioso per generare e rafforzare il legame comunitario.

L’accordo storico raggiunto in questi giorni nell’ultimo vertice del G7 che si è tenuto a Londra prevede, come è noto, una “global tax” del 15% sulle grandi imprese multinazionali. Non si conoscono ancora i dettagli, ma tale decisione dimostra con evidenza che cosa sia in grado di fare la politica quando si fa valere nei confronti della finanza e dell’economia. Inoltre, questa decisione andrebbe accompagnata con l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie speculative. Una proposta nota come “Tobin Tax”,che era stata sposata proprio dai movimenti e dalle organizzazioni del Terzo settore e che si rivela ancora oggi non solo giusta ma necessaria per poter disporre delle risorse necessarie per affrontare le sfide globali come quella ecologica o la mancanza di lavoro.

Alla conversione culturale si richiede poi di abbattere il predominio del paradigma tecnocratico sull’economia e sulla politica. Gli effetti dell’applicazione di questo modello a tutta la realtà umana e sociale si vedono chiaramente nel degrado dell’ambiente e della vita sociale in tutte le sue dimensioni. Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientare le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati e ristretti gruppi di potere.

Così pure, non è affatto sufficiente una conversione ecologica perché sarebbe soltanto una risposta parziale. “Serve uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico. Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella realtà sono connesse e nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale” (Laudato si’, 111).

Francesco invita ogni uomo a non chiudersi in se stesso o nel suo piccolo orticello, ma ad avere il cuore aperto al mondo intero. Come non bisogna separare e contrapporre globale e locale, così non bisogna separare e contrapporre l’identità e la differenza.

All’interno di ogni società, la fraternità universale e l’amicizia sociale devono essere alimentati come due poli inseparabili e coessenziali (Fratelli tutti, 144). Sta precisamente qui la conversione spirituale di cui oggi abbiamo urgente bisogno.

Dobbiamo essere leali con noi stessi e riconoscere che esistono narcisismi localistici che non esprimono un sano amore per il proprio popolo e la propria cultura. In realtà ogni cultura sana è per sua natura aperta e accogliente, così che “una cultura senza valori universali non è una cultura senza” (Fratelli tutti, 146).

Senza il rapporto ed il confronto con chi è diverso, è difficile avere una conoscenza chiara e completa di se stessi e della propria terra, perché le altre culture non sono nemici da cui bisogna difendersi, ma sono riflessi differenti della ricchezza inesauribile della vita umana” (Fratelli tutti, 147).

In questa visione aperta e dialogica della cultura umana è veramente difficile comprendere le posizioni che si autodefiniscono “sovraniste”, perché non si tratta di imporsi né di contrapporsi per prevalere sugli altri. L’atteggiamento da sostenere è quello che promuove amore civile e politico, solidarietà umana e amicizia sociale.

“Nessun popolo, nessuna cultura o persona può ottenere tutto da sé. Gli altri sono costitutivamente necessari per la costruzione di una vita piena” (Fratelli tutti, 150)

Che tipo di mondo desideriamo tramettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda, dice papa Francesco, non riguarda solo l’ambiente in modo isolato perché non si può porre la questione in maniera parziale. Occorre rendersi conto che quello che è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra (Laudato si’, 160).

Mi avvio a concludere esprimendo questa mia convinzione che è stata rafforzata dall’esperienza collettiva che abbiamo tutti pagato di persona a caro prezzo, ma da cui stiamo forse uscendo definitivamente: la pandemia. Non è vero che per salvare dal naufragio noi stessi, l’umanità e il pianeta non ci sia più niente da fare.

L’esperienza del Covid-19 ci ha aperto gli occhi e ha dimostrato palesemente che quando tutti siamo costretti a vivere una stessa situazione collettiva di paura e- strema e di illimitata fragilità, ciò che prima tutti ritenevano impossibile realizzare, diventa inaspettatamente possibile e alla nostra portata. È appunto questa la “lezione della pandemia”. Come afferma acutamente Mauro Ceruti: “è dalla cura della fragilità che si genera la creatività umana, non dalla forza della guerra contro il nemico”.

Sappiamo bene che ci sono coloro che non credono ai valori universali, né al bene comune e tanto meno alla fraternità globale perché mettono al primo posto il sovranismo e l’ideologia del nemico. Nella società attuale serve innanzi tutto la resilienza come capacità di assorbire l’urto di un evento traumatico e luttuoso, imparando a curare la ferita o il danno psichico per non restare schiacciati dal dolore e dalla sofferenza. La resilienza è molto più della resistenza, è una risorsa necessaria e di vitale importanza per continuare a vivere e a sperare. Come scrive Papa Francesco: “D’altra parte è  grande nobiltà   essere capaci di avviare processi i cui frutti saranno raccolti da altri, con la speranza riposta nella forza segreta del bene che si semina. La buona politica unisce all’amore, la speranza e la fiducia nelle riserve di bene che ci sono nel cuore della gente,malgrado tutto.”(Fratelli tutti,n.196) E’ tempo anche per la nostra Italia, arrocata e ferita, di rialzarsi in piedi e tornare ad avere fiducia nella rinascita, facendo leva su un’etica dei beni comuni e della solidarietà inclusiva, in continuità con la nostra migliore e più bella tradizione civile.

*(Il testo è stato pubblicato nel numero 18 della testata genovese “la Città. Giornale di Società Civile”.  Questo numero della rivista è dedicato, in larga parte, proprio al ventennale dei fatti del G8). 

 

Luigi BobbaCattolici, l’orizzonte globale tra identità e resilienza. Una riflessione di Luigi Bobba vent’anni dopo il G8 di Genova
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Resistenza e resilienza: le caratteristiche delle cooperative sociali in tempo di pandemia

Si celebra oggi la giornata internazionale delle cooperative e il tema scelto per quest’anno dall’Onu e dall’Ica (International Cooperative Alliance) è “Ricostruire meglio insieme”. Quest’anno, inoltre, si celebra il 30esimo anniversario della nascita delle cooperative sociali, come forma originale di impresa, in quanto la legge che le regola è del 1991. La loro vera differenza, il valore aggiunto, sta nel fatto che incorporano non solo il valore mutualistico dei soci, ma generano anche un valore che si riverbera nella società. Non producono solo un vantaggio economico a favore dei soci, ma anche un valore sociale a vantaggio della comunità in cui sono inserite.

In particolare, c’è una categoria – le coop sociali di tipo B – che hanno una funzione molto importante: inserire nel mondo del lavoro persone che presentano una qualche forma di disabilità, che nel passato hanno avuto problemi di tossicodipendenza o quanti sono usciti dal carcere, insomma quei segmenti deboli del mercato del lavoro che farebbero fatica a trovare una collocazione o vocazione lavorativa.

L’Italia è stata la prima in Europa ad avere una legge così avanzata ed innovativa che supera il principio di mutualità e per incorporare quello di solidarietà, cioè genera del valore economico e sociale che va a favore delle categorie con maggiore svantaggio e delle comunità che presentano elementi di marginalità. Questa innovazione poi è stata “copiata” in molte parti d’Europa e oggi le imprese sociali – una categoria più larga e vasta di quella di cooperazione sociale – rappresentano una parte tutt’altro che irrilevante dal punto di vista delle generazione del valore economico, ovvero del Pil, e dell’occupazione a dimensione europea.

Soprattutto in questo tempo di pandemia, le cooperative legate al terzo settore hanno rappresentato una “manna dal cielo” per molte persone e territori. Molte di loro si sono riconvertite per rispondere a un bisogno che era inedito e, pur non perdendo la loro dimensione imprenditoriale originaria, hanno però accompagnato i soggetti più deboli, molte volte dimenticati dai provvedimenti governativi, oppure hanno reinventato la loro capacità produttiva. Più in generale hanno continuato a svolgere la loro attività che di per sé contiene già una dimensione solidaristica che il legislatore va a premiare con un trattamento fiscale di vantaggio.

leggi il mio articolo su Interris del 14 luglio 2021

Luigi BobbaResistenza e resilienza: le caratteristiche delle cooperative sociali in tempo di pandemia
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Verso una proposta di legge per l’apprendistato formativo ed il contratto di inserimento lavorativo

 

Dopo una iniziale forte accelerazione concomitante con la sperimentazione del sistema duale di apprendimento avviata nel 2016/2018, l’apprendistato formativo di I e III livello (D.Lgs 81/2015 – Titolo V) ha subito un sostanziale rallentamento. Il primo si attesta oggi attorno agli 11 mila apprendisti assunti annualmente, il secondo, non raggiunge i mille contratti (fonte COB – MLPS).

Lo strumento che, più di ogni altro, ha dimostrato di essere un efficace mezzo per ridurre la lunga transizione dei giovani italiani tra la fine degli studi e l’inserimento lavorativo e che ha dato buoni risultati nel contrastare la dispersione scolastica, rappresenta oggi in Italia un segmento del tutto marginale del mercato del lavoro, nonostante le forti aspettative che aveva suscitato. Oggi è la sfida del post covid 19 che ci obbliga a fare i conti con una forte ripresa della disoccupazione giovanile e con un inadeguato assetto delle politiche attive -soprattutto riguardanti le insufficienti sinergie con i sistemi di istruzione e formazione professionale-. Questa stessa sfida ci pone con forza la questione di rendere più incisivo l’intero assetto dell’apprendistato formativo sia per potenziare l’inserimento lavorativo dei giovani, sia per allargare l’area di intervento di questo contratto di formazione e lavoro verso i lavoratori in transizione, i giovani NEET, i disoccupati di lunga durata, i percettori di reddito di cittadinanza, i lavoratori in cassa integrazione o in Naspi. (continua)

 

leggi l’articolo di Luigi Bobba (Presidente di Terzjus), Maurizio Drezzadore (Consulente di Formazione), Marco Muzzarelli (Direzione Nazionale Fondazione ENGIM) su Bollettino ADAPT 12 luglio 2021, n. 27

Luigi BobbaVerso una proposta di legge per l’apprendistato formativo ed il contratto di inserimento lavorativo
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“Cattolici, l’orizzonte globale tra identità e resilienza” – articolo di Luigi Bobba su «La città – giornale di società civile» n. 18

Nel luglio 2001, alla vigilia del vertice G8 di Genova, anche le associazioni della società civile di area cattolica come le ACLI, riunite sotto lo slogan “Sentinelle del mattino” lanciato da Giovanni Paolo II, fecero sentire la loro voce con una manifestazione pacifica e composta nel capoluogo ligure.

Toccò a me come Presidente nazionale delle Acli spiegare le ragioni della nostra originale posizione “new global”. All’inizio del terzo millennio, quelle associazioni cattoliche volevano esprimere soprattutto la loro volontà di intraprendere un nuovo cammino certamente aperto alla globalità, ma da intendere sempre come pluralità culturale di valori e di colori, come convivialità delle differenze e ricchezza dei punti di vista, mai come omologazione, uniformità e conformismo. Come denunciavo testualmente nel mio intervento “la globalizzazione senza re­gole aumenta la solitudine del cittadino, lo fa sentire ancor più inutile e impotente, lo indebolisce nella sua identità culturale e nel suo radicamento territoriale, lo rende omologato al sistema e al Pensiero Unico, riducendo la memoria collettiva e il suo legame vitale con il passato. Inoltre, rende più confuse le prospettive di futuro, rinchiudendo il suo orizzonte in un presente statico e piatto, rassegnato e in difesa.”.

Leggi l’articolo su «La città – giornale di società civile»

Luigi Bobba“Cattolici, l’orizzonte globale tra identità e resilienza” – articolo di Luigi Bobba su «La città – giornale di società civile» n. 18
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“Se non io, chi per me” – intervista a Luigi Bobba di Vincenzo Saccà su «Strade Aperte – Argomenti» periodico di cultura del MASCI, Luglio-Agosto/2021

Le ragioni di un impegno politico dei cattolici nella società e nelle istituzioni, con i piedi piantati nel presente e con lo sguardo rivolto al futuro (e senza pensare di tornare al passato)

Luigi Bobba, cattolico, impegnato nel sociale e nella politica, ex Presidente delle ACLI, ex Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e 7delle Politiche Sociali, “padre” della legge sul Terzo Settore, perché questo suo impegno politico/sociale? in quale contesto si è sviluppato? quale motivazione lo ha animato?

Le radici del mio impegno politico sono interamente in quello che viene chiamato il sociale cattolico. Dall’Oratorio all’attenzione, per quello che negli anni ‘ 70 era chiamato Terzo Mondo; dalla frequentazione della Comunità ecumenica di Taizé a quella di Bose; dall’ esperienza di una scuola popolare per lavoratori adulti che volevano conseguire la terza media, al giornale studentesco “Acido solforico”; dal “Collettivo giovani democratici” alle prime esperienze nelle Acli, con la nascita del circolo nel mio piccolo paese del vercellese. In questo contesto e con questa cultura sono cresciuto, avendo avuto la fortuna sia di potermi abbeverare ad una tradizione culturale ricca e vivace, ma soprattutto di fare esperienza sul campo, di provare ad inverare ciò che mi appariva necessario per un mondo più giusto ed accogliente. Quella spinta era altresì favorita dall’esistenza di luoghi , persone, riviste che contribuivano a imprimerle direzione e solidità; a trasformare le fiammate, tipicamente giovanili, in qualcosa di duraturo, capace di lasciare tracce significative per una vita intera.

leggi l’intera intervista di Vincenzo Saccà a Luigi Bobba su «Strade Aperte» periodico di cultura del MASCI, Luglio-Agosto/2021

Luigi Bobba“Se non io, chi per me” – intervista a Luigi Bobba di Vincenzo Saccà su «Strade Aperte – Argomenti» periodico di cultura del MASCI, Luglio-Agosto/2021
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