Save the date: Roma, 21 settembre, presentazione del TERZJUS REPORT 2022

“Dal non profit al Terzo settore”: presentazione del TERZJUS REPORT 2022

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Luigi BobbaSave the date: Roma, 21 settembre, presentazione del TERZJUS REPORT 2022
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Elezioni 2022: l’agenda della Società Civile per il bene comune. Luigi Bobba firma l’appello

Elezioni 2022: l’agenda della Società Civile per il bene comune 

Siamo cittadine e cittadini esponenti di quella società civile che è la spina dorsale di questo paese ed ogni giorno affronta la sfida di creare valore e valori nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nel terziario, nelle scuole, nelle università, nelle imprese sociali, nel volontariato e nella vita associativa di questo paese. 

Siamo consapevoli sia della rilevanza e dell’eccezionalità di questa fase storica,  che dei rischi connessi  a questo delicato passaggio verso le prossime elezioni, per questo i vogliamo a nostro modo “scendere in campo” ed essere protagonisti di questa stagione rendendo chiara e manifesta le nostre proposte,  invitando così le forze politiche ad una competizione virtuosa. 

La crisi e le settimane di campagna elettorale che ci aspettano rischiano da una parte di alimentare odio, rabbia e conflitti partigiani tra i più militanti e dall’altra di spingere ai margini le persone ragionevoli e sensibili generando disaffezione e rassegnazione.

Per questo sentiamo l’urgenza di promuovere, un’alleanza trasversale e inclusiva per connettere movimenti sociali, esperienze civiche, energie imprenditoriali, risorse intellettuali e morali e le migliori esperienze politiche locali.

Un luogo politico di relazioni inclusive e di pensiero in cui poter sognare e guardare lontano come Paese insieme a quelle aree politiche del mondo che scommettono sulla pace e i diritti umani, dove le tensioni sociali vengano ricomposte con scelte concrete. Occorre costruire qualcosa di più grande, che recuperi la fiducia, ormai perduta, dei cittadini. La politica deve essere pensata nelle forme del terzo millennio, abbandonando schemi e procedure novecentesche, ormai morte per sempre.

In questa ora della storia occorre essere forti e lucidi. La mèta è (ri)partire. Ciascuno porti il proprio mattone per costruire la casa comune. La classe politica ha bisogno di nuove persone competenti e coraggiose, capaci di liberare speranza e sogni.

In ogni caso, faremo la nostra parte il 25 settembre andando a votare ed invitando tutti a farlo, senza ordini di scuderia e con libertà di coscienza, da persone libere quali siamo, non rinunciando a collaborare con chi, in modo credibile, riteniamo si avvicinerà di più all’idea di paese per cui ci impegniamo ogni giorno attraverso le nostre attività e su cui crediamo fermamente si giochi il futuro del nostro paese.

Non possiamo costruire il “futuro del passato” e pertanto a chi si sta attivando per diventare parte della classe politica eletta nel nostro Parlamento chiediamo alcune cose molto semplici.

Innanzitutto un principio di fondo, quello della sussidiarietà, ossia di riconnettersi con le energie della società civile perché è questo il modo più fertile e generativo di fare politica. Ciò significa che in moltissimi ambiti e settori della vita pubblica non è necessario reinventare tutto dall’alto ricominciando sempre da zero, ricostruendo e duplicando strutture quanto piuttosto riconoscere socraticamente di “non sapere e non poter fare da soli”, avendo la saggezza di attingere all’enorme giacimento di esperienze, competenze e buone pratiche che sono la vera immensa ricchezza del nostro paese. 

Le forze politiche che noi sosterremo saranno quelle in grado di riconoscere innanzitutto che la prima risorsa da valorizzare è dunque quella della persona e della sua espressività: la cittadinanza attiva è l’unica linfa che può dare forza e vitalità alla nostra democrazia. Affinché i cittadini non siano solo rancorosi leoni da tastiera ma si sentano protagonisti e costruttori delle comunità e del progresso civile dei territori la nuova classe politica eletta deve promuovere con convinzione e forza tutti quei processi di cittadinanza attiva e di mutualismo che oggi rendono vivo e vitale il paese: dalla co-programmazione e coprogettazione tra amministrazioni pubbliche società civile e reti del terzo settore, promossa come approccio più generativo dalla Corte Costituzionale in una recente sentenza, che costruisce welfare e servizi di cura del futuro, allo sviluppo delle comunità energetiche ai percorsi di consumo e risparmio responsabile. Tutto ciò insomma che ci trasforma da vittime sacrificali di eventi che si giocano sopra le nostre teste a coprotagonisti e costruttori consapevoli del nostro futuro.

In campo internazionale chiediamo al prossimo parlamento e governo un ancoraggio e un contributo attivo a quella politica europea, costruita nel tempo grazie al contributo prezioso di tanti nostri esponenti e statisti, che negli ultimi tempi ci ha offerto lo scudo solidissimo di una Banca Centrale e di istituzioni che hanno guidato il paese attraverso le tempeste dello shock pandemico con una navigazione sicura sui mercati finanziari e hanno messo a disposizione con il PNRR nel periodo economico più difficile dal secondo dopoguerra ad oggi risorse ingenti superiori a quelle del piano Marshall, unite ad uno stimolo prezioso e fondamentale per noi ad usare in modo intelligente e a non sprecare gli investimenti realizzati. Risorse da non sprecare e attorno alle quali si giocano molte importanti partite del nostro futuro nel campo delle infrastrutture, dell’energia, del lavoro e della cura.

Nel campo della scuola e del lavoro chiediamo un impegno ad investire con decisione su formazione continua e percorsi di riqualificazione rapidi ed efficaci in un mondo sempre più difficile dove viviamo il paradosso della compresenza di centinaia di migliaia di posti di lavoro vacanti per i quali non si trovano le competenze necessarie e milioni di giovani che non lavorano né studiano. Serve una battaglia comune sul “lavoro dignitoso” quello che non solo rispetti la dignità della persona ma la faccia fiorire. 

Chiediamo inoltre risposte che abbiano l’intelligenza di costruire condizioni che rendano possibile un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale tenendo conto dei vincoli della società globale e delle possibili contromosse che delocalizzazione e concorrenza internazionale sleale sui diritti del lavoro e la tutela dell’ambiente possono generare vanificando i nostri interventi e perpetuando la logica della corsa al ribasso di una concorrenza globale che si gioca solo su costi e prezzi e non anche su dignità del lavoro e tutela dell’ambiente. Per questo guardiamo con grande interesse al nuovo importante passo in avanti del parlamento europeo che votando il meccanismo di aggiustamento alla frontiera (Border Adjustment Mechanism) ha per la prima volta messo in campo meccanismi che penalizzano la concorrenza sleale.

Serve un Welfare umano, non solo ripensato e rafforzato ma capace di protezione e riscatto degli ultimi. Per questo riteniamo fondamentale continuare a lavorare al miglioramento di reti di protezione efficaci e ben funzionanti contro la povertà e gli shock sempre più frequenti che rischiano di far precipitare fasce sempre più vaste della popolazione in condizioni di fragilità e bisogno, ma che al contempo non devono scoraggiare né disincentivare il reinserimento nel mondo del lavoro. Tenendo sempre a mente che la soddisfazione e ricchezza di senso del vivere non dipendono dall’essere terminali permanenti della beneficienza ma dal poter contribuire con il proprio impegno al progresso personale, familiare e civile.

Sul fronte della sfida climatica ed ecologica chiediamo un impegno vero ad intercettare quel futuro ormai alla portata di mano viste le traiettorie del progresso tecnologico globale, fatto di produzione diffusa e partecipata di energia da fonti rinnovabili che ci assicuri una vera indipendenza energetica da poteri stranieri. Salute, clima, convenienza di prezzo, protezione da rischi e volatilità ed indipendenza energetica spingono tutti nella stessa direzione di un futuro fatto di imprese in grado di ridurre significativamente i loro costi di produzione e di aumentare la loro competitività diventando auto produttrici di energia,  di comunità energetiche, di agrivoltaico, di edifici pubblici che, a cominciare dalle scuole, sfruttino da subito il loro enorme potenziale di produzione di energia da fonti abbondanti e liberamente disponibili che non dipendono da accordi con paesi stranieri. Se il breve periodo sarà necessariamente e realisticamente fatto anche di altro chiediamo al governo di non indugiare e di non perdere il treno del futuro. Solo una politica rigenerata sarà capace di gestire le transizioni ascoltando e non contrapponendo il grido della terra con quello dei poveri. 

Nei settori del welfare e della cura, sempre più importanti in una società dove le fragilità e le marginalità purtroppo crescono, chiediamo di fare tesoro delle migliori esperienze sul campo che centrano gli interventi sulle dimensioni dell’ascolto e della relazione che, sono capaci di far incontrare domanda ed offerta di cura ed offrono a persone in condizioni di fragilità e disagio percorsi di attivazione in grado di restituire dignità ed orgoglio perché offrono occasioni di riscatto che valorizzano tutte le loro possibilità di contribuire alla comunità. Elementi in comune che troviamo ed abbiamo appreso tra gli altri nel corso di questi anni nelle esperienze di budget di salute per la disabilità psichica, del lavoro in carcere che riduce la recidiva e nei percorsi di longevità attiva. 

Qualcuno potrebbe domandarsi per quale motivo se abbiamo consapevolezza della gravità del momento, valori ed idee non affrontiamo direttamente la sfida politica. Se questo ovviamente può e deve essere possibile e lodevole per ciascuno di noi preso singolarmente la risposta è molto semplice. Facciamo con passione e riteniamo serio ed importante il nostro lavoro, pensiamo sia fondamentale continuare a svolgerlo per costruire un ecosistema sociale forte, ricco e vitale, solidale e coeso che consentirà al nostro paese di essere resiliente e continuare sul cammino di progresso civile nonostante gli shock dell’economia e della politica. Non abbiamo l’arroganza di pensare di essere superiori o capaci di sostituire la classe politica e riteniamo che la via più generativa in questa fase sia proprio quella di offrire domani il nostro contributo di cooperazione e coprogettazione ma già oggi lo stimolo a muovere nella direzione desiderata.

Il successo del nostro appello non si misurerà con le percentuali di voto di questa o di quell’altra forza quanto piuttosto con la capacità di convincere le forze politiche a sposare (misurandone domani l’effettiva realizzazione) un’agenda semplice che raccoglie aspettative e desideri di tutti coloro che ogni mattina si svegliano e s’impegnano per costruire un paese e una comunità migliori. 

Un’agenda desiderabile e realmente trasformativa. 

(166) Primi firmatari individuali 

Marco Aleotti

Giuditta Alessandrini

Albina Ambrogio

Maurizio Ambrosini

Stefano Arduini

Azio Barani

Anna Barbara

Alfonso Barbarisi

Pietro Barbieri

Andrea Battaglia

Leonardo Becchetti

Francesco Belletti

Marco Bentivogli

Maurizio Bergia

Giusi Biaggi

Livio Bertola

Luigi Bobba

Valentino Bobbio

Gianfranco Bologna

Riccardo Bonacina

Alessandra Bonoli

Sabrina Bonomi

Ivana Borsotto

Gianni Bottalico

Umberto Bovani

Stefania Brancaccio

Renato Briganti

Paolo Brogi

Mario Bruno

Luigino Bruni

Marco Bussone

Sandro Calvani

Maurizio Cantamessa

Davide Caramella

Roberto Casali

Mariangela Cassano

Silvia Cataldi

Ilaria Catastini

Gianfranco Cattai

Massimo Cermelli

Vittorio Coda

Luca Corazzini

Franz Coriasco

Padre Renato Chiera

Emma Ciccarelli

Francesco Cicione

Gianni Cicogna

Fabrizio Coccetti

Carla Collicelli

Don Virginio Colmegna

Stefano Comazzi

Francesca Corrao

Liliana Cosi

Massimiliano Costa

Marco Cremisini

Pinella Crimì 

Cecilia Dall’Oglio

Piervirgilio Dastoli

Giancarlo Debernardi

Luca De Biase

Riccardo De Facci

Alberto Felice de Toni

Pompeo della Posta

Francesca delle Vergini

Enzo d’Anna

Paolo De Maina

Giuseppina de Simone

Pasquale de Sole

Marco Didier

Alessandro Distante

Simona Di Ciaccio

Johnny Dotti

Marco Dotti

Flavio Felice

Francesco Ferrante

Alberto Ferrari

Daniele Ferrocino

Onelio Onofrio Francioso

Marco Frei

Elisa Furnari

Marina Galati

Gianluca Galletti

Fabio Gallo

Francesco della Giacoma

Elena Granata

Francesco Gagliardi

Marco Gargiulo

Claudio Gennero

Chiara Giaccardi

Maria Letizia Giorgetti Emanuela Girardi

Luca Gion

Giuseppe Guerini

Benedetto Gui

Rodolfo Guzzi

Marta Innocente

Maria Antonietta Intonti

Nuccio Iovene

Luca Jahier

Beppe Lanzi

Antonio Longo

Roberto Lo Russo

Mauro Magatti

Marcella Mallen

Marco Marchetti

Edoardo Marelli

Liviana Marelli

Alessandro Marescotti

Francesco Marsico

Alberto Mattioli

Mario Mauro

Massimo Mauro

Eugenio Mazzarella

Emanuela Megli

Guido Memo

Alessandro Miani

Franco Miano

Michele Michelotti

Gianni Milone

Silvio Minnetti

Eduardo Missoni

Sonia Mondin

Alessandro Morcione

Piergiuseppe Morone

Francesco Naso

Luigi Nodari

Andrea Olivero

Peppe Pagano

Edoardo Patriarca

Gabriele Pecchioli

Vittorio Pelligra

Paolo Perticaroli

Pier Luigi Petrillo

Prisco Piscitelli

Gianni Pompermaier

Ernesto Preziosi

Filippo Provenzano

Paolo Puppo

Dario Quarta

Marco Randellini

Ermete Realacci

Cristina Riccardi

Giorgio Ricchiuti

Stefania Ridolfi

Fausto Rinaudo

Eleonora Rizzuto

Daniele Rocchetti

Massimo Roj

Francesco Romizi

Alessandro Rosina

Ettore Rossi

Roberto Rossini

Giorgio Santini

Marianella Sclavi

Marcello Signorelli

Sabina Siniscalchi

Pierluigi Stefanini

Giulio Tarro

Tiziano Treu

Raffaele Troilo

Franco Vaccari

Paolo Venturi

Mauro Vergari

Santo Versace

Ivan Vitali

Flaviano Zandonai

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Terzjus diventa Fondazione. L’assemblea dei soci ha confermato Presidente Luigi Bobba

L’Osservatorio giuridico del Terzo settore si trasforma in Fondazione e annuncia per settembre la pubblicazione del “Terzjus Report 2022”. L’assemblea dei soci ha confermato il Presidente Luigi Bobba (foto), il segretario generale Gabriele Sepio, il direttore scientifico Antonio Fici e ha nominato il sindaco revisore nella persona di Matteo Pozzoli

Dopo due anni di vita e di attività, Terzjus – l’osservatorio giuridico del Terzo settore – si trasforma e, da associazione, prende la forma di Fondazione e presenterà la richiesta all’ufficio del RUNTS della Regione Lazio per essere iscritto alla sezione “Altri ETS”.

La compagine dei soci ha deliberato la trasformazione alla presenza del notaio Nicola Riccardelli al fine di consolidare la struttura e le attività già in essere ma soprattutto per meglio rispondere allo scopo sociale per cui Terzjus era nato: essere uno strumento di studio, ricerca, approfondimento e proposta sul nuovo diritto del terzo settore con una prevalente attenzione alla riforma che ha interessato il vasto campo delle organizzazioni associative, di volontariato e fondazionali nonché’ al mondo delle imprese sociali e della filantropia.

Alla Fondazione Terzjus ETS aderiscono come “partecipanti fondatori” 17 soci: Acli, Airc, Anbima, Anpas, Anspi, Assifero, Auser, Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Consiglio nazionale del Notariato, Consorzio Ambito Territoriale sociale n.3,e-IUS,Fish, Fondazione Italia Sociale, Forum nazionale del Terzo settore, Italia non profit, Rete Misericordia e solidarietà, Unpli; e due soci come “partecipanti aderenti”: AIL e Poliedros.

L’assemblea dei soci ha provveduto altresì a confermare il Presidente Luigi Bobba (foto), il segretario generale Gabriele Sepio, il direttore scientifico Antonio Fici nonché a nominare, come prescrive la legge, il sindaco revisore nella persona di Matteo Pozzoli.

Il calendario dei prossimi appuntamenti si presenta particolarmente intenso e ricco di novità: a luglio, la pubblicazione dell’ e-book “Professione volontario”(scaricabile dal sito di Terzjus) che contiene il report di ricerca su 10 casi aziendali di”volontariato di competenza”; a settembre poi, sarà presentato il “Terzjus Report 2022”, il secondo Rapporto sullo stato e le prospettive del diritto del Terzo settore in Italia.

Per fine anno invece vedrà la luce il primo “European Terzjus Report” che analizzerà lo sviluppo della legislazione sul terzo settore nei diversi paesi della UE e nel diritto comunitario. In autunno è altresì previsto l’avvio del quarto ciclo dei “Quickinar di Terzjus”, brevi incontri formativi per illustrare questioni di attualità nonché la presentazione di una ricerca condotta per Unioncamere sulle “nuove” imprese sociali.

leggi l’articolo si Vita.it del 29 giugno 2022

Luigi BobbaTerzjus diventa Fondazione. L’assemblea dei soci ha confermato Presidente Luigi Bobba
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Terzjus si trasforma in Fondazione e annuncia per settembre la pubblicazione del “Terzjus Report 2022”

Dopo due anni di vita e di attività, Terzjus – l’osservatorio giuridico del terzo settore – si trasforma e, da associazione, prende la forma di Fondazione e presenterà la richiesta all’ufficio del RUNTS della Regione Lazio per essere iscritto alla sezione “Altri ETS“.

La compagine dei soci ha deliberato la trasformazione alla presenza del notaio Nicola Riccardelli al fine di consolidare la struttura e le attività già in essere ma soprattutto per meglio rispondere allo scopo sociale per cui Terzjus era nato: essere uno strumento di studio, ricerca, approfondimento e proposta sul nuovo diritto del terzo settore con una prevalente attenzione alla riforma che ha interessato il vasto campo delle organizzazioni associative, di volontariatoe fondazionali nonché al mondo delle imprese sociali e della filantropia.

Alla Fondazione Terzjus ETS aderiscono come “partecipanti fondatori” 17 soci: Acli, Airc, Anbima, Anpas, Anspi, Assifero, Auser, Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Consiglio nazionale del Notariato, Consorzio Ambito Territoriale sociale n.3, e-IUS, Fish, Fondazione Italia Sociale, Forum nazionale del Terzo settore, Italia non profit, Rete Misericordia e solidarietà, Unpli; e due soci come “partecipanti aderenti”: AILPoliedros.

L’assemblea dei soci ha provveduto altresì a confermare il Presidente Luigi Bobba, il segretario generale Gabriele Sepio, il direttore scientifico Antonio Fici nonché  a nominare, come prescrive la legge, il sindaco revisorenella persona di Matteo Pozzoli.

Il calendario dei prossimi appuntamenti si presenta particolarmente intenso e ricco di novità: a luglio, la pubblicazione dell’ e-book “Professione volontario”(scaricabile dal sito di Terzjus) che contiene il report di ricerca su 10 casi aziendali di “volontariato di competenza“; a settembre poi, sarà presentato il “Terzjus Report 2022“, il secondo Rapporto sullo stato e le prospettive del diritto del terzo settore in Italia.

Per fine anno invece vedrà la luce il primo “European Terzjus Report” che analizzerà lo sviluppo della legislazione sul terzo settore nei diversi paesi della UE e nel diritto comunitario. In autunno è altresì previsto l’avvio del quarto ciclo dei “Quickinar di Terzjus“, brevi incontri formativi per illustrare questioni di attualità nonché la presentazione di una ricerca condotta per Unioncamere sulle “nuove” imprese sociali.

[Sara Vinciguerra]

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Salone del Libro: “La valutazione dell’esperienza duale nell’istruzione e formazione professionale”

20 maggio, Ore 12:45-13:45

La valutazione dell’esperienza duale nell’istruzione e formazione professionale

Presentazione del libro curato da Ludovico Albert e Daniele Marini (Il Mulino)

Sala Lisbona, CENTRO CONGRESSI

In collaborazione con
Fondazione per la Scuola

Luigi BobbaSalone del Libro: “La valutazione dell’esperienza duale nell’istruzione e formazione professionale”
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«Il Primo Maggio “battezzato”» di Sara Simone e Luigi Bobba

Il Primo Maggio “battezzato”

di Sara Simone e Luigi Bobba

«Mettere tonaca e berretta al “Primo Maggio”». Questa l’accusa che, a metà degli anni cinquanta del XX secolo, veniva mossa ai lavoratori riuniti nelle Acli, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, organizzazione che in quegli anni assunse non solo una funzione di mediazione culturale, ma di spinta profetica e popolare, proprio sul tema del Primo Maggio. 

Dalle Acli così rispondevano: 

Si è preteso di fare del Primo Maggio una festa marxista; esso non è nato in camicia rossa. È nato nella lontana America, in ambienti e tra uomini non solo refrattari ma ostili al comunismo: è nato come affermazione del diritto del lavoratore ad un orario meno massacrante, a migliori condizioni per la sua opera. Ed ha continuato a simbolizzare le rivendicazioni degli operai e dei contadini. Soltanto più tardi i comunisti hanno tentato di appropriarsene.

A quel tempo le Acli avevano una loro festa del lavoro – il 15 maggio, giorno della promulgazione nel 1891 dell’enciclica sociale Rerum Novarum di papa Leone XIII –  in concorrenza con il Primo Maggio, celebrato in seguito alla deliberazione del congresso di Parigi della Seconda Internazionale il 20 luglio 1889. In quell’occasione si era proposto di organizzare una manifestazione simultanea in una data stabilita, uguale per tutti i paesi e città, in tutto il mondo, durante la quale i lavoratori potessero chiedere alle pubbliche autorità di contenere per legge entro le otto ore la giornata lavorativa. Come data era stata scelto il Primo Maggio, a memoria della grande manifestazione operaia che tre anni prima, il 1° maggio 1886, a Chicago, era stata repressa nel sangue. Le azioni contro le lotte dei lavoratori che tra il 1867 e il 1887 colpirono Chicago e l’Illinois, avevano generato un moto di grande solidarietà internazionale e internazionalista.

Un Primo Maggio per i cattolici

Risultava difficile per i cattolici trovarsi a proprio agio nei confronti del sindacalismo ispirato dal marxismo, che parlava di lotta di classe e considerava la chiesa fra le forze reazionarie da combattere, senza spazi di mediazione. Fin dai primi anni del novecento il movimento cattolico si confrontava con il sindacalismo socialista e cercava spazi di alterità, tentando di contrastarne la pretesa esclusività sulla festa del Primo Maggio. Quel sano confronto ideale, dagli indubbi risvolti politici, era stato interrotto dal fascismo con la proibizione della celebrazione del Primo Maggio: nel ventennio il festeggiamento dei lavoratori fu anticipato al 21 aprile, per farlo coincidere con il Natale di Roma.

All’indomani della “liberazione” del 25 aprile 1945, il Primo Maggio diventerà in Italia festa di partigiani e lavoratori, di anziani militanti e giovanissimi con nessuna memoria di quella festa, salvo ritrovarsi tutti insieme nelle piazze in un clima di grande entusiasmo. Appena due anni, e il Primo Maggio del 1947, si verificherà in Sicilia la strage di Portella Della Ginestra, vicino Palermo, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco sui braccianti che assistono al comizio, uccidendo 14 lavoratori.

Pur se a fatica, le manifestazioni promosse dalla compagine cattolica riusciranno in alcuni territori ad avere un certo successo e partecipazione degna di considerazione, talora quasi in grado di controbilanciare quella dei movimenti socialisti. Un caso significativo divenne quello dell’area bresciana, dove i gruppi di lavoratori cattolici erano fortemente radicati sul territorio, in particolare nelle campagne e nei borghi rurali. 

Se la città resta sotto l’egida delle forze di ispirazione socialista, in provincia si afferma un Primo maggio “cattolico” che abbandona ogni riferimento alla dimensione del conflitto: la festa di “tutti i lavoratori” celebra la collaborazione, lo sviluppo ordinato, la concordia tra le classi.»

Non durò troppo a lungo questo tentativo di instaurare una pacifica convivenza. «Di lì a qualche decennio, tali divisioni di fondo sarebbero diventate vere e proprie fratture, segnando la storia del sindacalismo italiano». 

Negli anni cinquanta, il Primo Maggio subisce l’influenza del nuovo quadro politico: terminata l’alleanza tra i tre partiti di massa (Dc, Pci e Psi) e De Gasperi, si avvia la nuova fase dei governi centristi con l’appoggio della destra parlamentare: una frattura che coinvolge anche il fronte sindacale e la festa dei lavoratori, che diventa terreno di scontro, un’occasione per misurare i rapporti di forza.

Sarà merito delle Acli se, a partire dal 1955, il mondo cattolico si sarebbe aperto alla festa dei lavoratori, sentita fino ad allora come tradizione prevalentemente “socialista”, apportandovi il contributo originale della cultura cristiana. In quell’anno si calcolavano in 65, le ricorrenze del Primo Maggio, dalle quali i lavoratori cristiani si erano per lo più tenuti in disparte. 

Già il 1° maggio 1954 un piccolo gruppo di aclisti, in vista dell’anno in cui ricorreva il decennale dalla fondazione delle loro associazioni, aveva partecipato alle manifestazioni dei lavoratori a Roma; l’anno dopo, le Acli erano pronte a lanciare il loro “Primo Maggio cristiano” con il motto: «Con Cristo per la classe lavoratrice». I lavoratori cattolici si riunirono a Roma giungendo da tutta Italia: trenta treni speciali erano stati approntati per l’occasione e oltre 2500 pullman portarono nella capitale una colorata folla in costumi folcloristici rappresentanti dei territori di provenienza o in abiti da lavoro, con vessilli, bandiere, cartelli e striscioni.

Svettava un grande globo di cartapesta attraversato dalla scritta «Lavoratori di tutto il mondo unitevi nell’insegnamento di Cristo», che declinava dal punto di vista cattolico il motto socialista per eccellenza, «Proletari di tutti i Paesi, unitevi!», derivato dalla chiusa del Manifesto del partito Comunista del 1848. Il cardinale Adeodato Giovanni Piazza celebrò la messa del mattino per tutti gli aclisti convenuti in piazza del Popolo, dall’altare allestito su una grande incudine: scelta di forte impatto simbolico. Nel pomeriggio, una delegazione delle Acli depose una corona sulla tomba del Milite Ignoto e poi il corteo si mosse verso il Vaticano. Durante l’udienza pontificia organizzata in piazza san Pietro per l’occasione, papa Pio XII annunciò l’istituzione della festa liturgica di san Giuseppe artigiano, proclamato protettore dei lavoratori. Erano più di 200.000 gli aclisti convenuti a Roma per l’occasione, accompagnati da un gruppo di vescovi, tra i quali Giovanni Battista Montini, al tempo arcivescovo di Milano. 

Ecco le parole che Pio XII pronunciò quel Primo Maggio, parlando alle Acli:

Fin dalle origini, Noi mettemmo le vostre associazioni sotto il potente patrocinio di san Giuseppe. Non vi potrebbe essere infatti miglior protettore per aiutarvi, per far penetrare nella vostra vita lo spirito del Vangelo. Come invero allora dicemmo, dal cuore dell’Uomo-Dio, Salvatore del mondo, questo Spirito affluisce in voi e in tutti gli uomini, ma è pure certo che nessun lavoratore ne fu mai tanto perfettamente e profondamente penetrato quanto il padre putativo di Gesù, che visse con lui nella più stretta intimità e comunanza di famiglia e di lavoro. Così, se voi volete essere vicini a Cristo, noi anche oggi vi ripetiamo: Ite ad Joseph Andate da Giuseppe!

Sì, diletti lavoratori, il papa e la chiesa non possono sottrarsi alla divina missione di guardare, proteggere, amare soprattutto i sofferenti, tanto più cari quanto più bisognosi di difesa e di aiuto,  siano essi operai, o altri figli del popolo. Questo dovere e impegno, noi, vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del Primo Maggio, che il mondo del  lavoro ha aggiudicato a sé come propria festa con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e doveri.

Concludeva Pio XII:

In tal modo – accolto dai lavoratori cristiani e quasi ricevendo il crisma cristiano -, il Primo Maggio, ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancor manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque, come giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani nella grande famiglia del lavoro. Affinché vi sia presente questo significato, e in certo modo quale immediato contraccambio per i numerosi e preziosi doni, arrecatici da ogni regione d’Italia. Amiamo di annunziarvi la nostra determinazione di istituire – come di fatto istituiamo – la festa liturgica di san Giuseppe Artigiano, assegnando ad essa precisamente il giorno Primo Maggio.

Con enfasi Dino Penazzato, l’allora presidente delle Acli, definì quel giorno «il grande battesimo cristiano del Primo maggio». Il discorso di Pio XII ricordò quando la Chiesa aveva ufficialmente riconosciuto le Acli, nell’udienza dell’11 marzo 1945, ponendole sotto il patrocinio di san Giuseppe, indicato come figura esemplare per i lavoratori cristiani. Le Acli fecero sfilare davanti al pontefice i simboli del lavoro dell’uomo, in un clima di solennità, per quella che era una giornata memorabile per la storia dell’associazione. 

In polemica rispetto all’anticlericalismo diffuso in quegli anni di dure lotte operaie e di aspre polemiche che dividevano le associazioni sindacali italiane, le Acli erano incoraggiate dal pontefice a perseverare nel loro attivismo, purché rimanessero fedeli al servizio della causa cattolica e entro gli insegnamenti dottrinali della Chiesa. 

Il pontefice ammoniva:

Da lungo tempo purtroppo il nemico di Cristo semina zizzania nel popolo italiano, senza incontrare sempre e dappertutto una sufficiente resistenza da parte dei cattolici. Specialmente nel ceto dei lavoratori esso ha fatto e fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e della economia. Non è raro il caso in cui l’operaio cattolico, per mancanza di una solida formazione religiosa, si trova disarmato, quando gli si propongono simili teorie; non è capace di rispondere, e talvolta persino si lascia contaminare dal veleno dell’errore.

Contro l’«umanesimo laico» e il «socialismo purgato dal materialismo», la Chiesa appoggiava il programma delle Acli «che esige la partecipazione effettiva del lavoro subordinato nella elaborazione della vita economica e sociale della Nazione e chiede che nell’interno delle imprese ognuno sia realmente riconosciuto come un vero collaboratore». Era l’occasione per dare una nuova prospettiva alla festa dei lavoratori: 

Questo dovere ed impegno noi, vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del 1° maggio, che il mondo del lavoro ha aggiudicato a sé, come propria festa, con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro, e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e di doveri.

Il Primo Maggio veniva così “consacrato”: 

In tal modo accolto dai lavoratori cristiani, e quasi ricevendo il crisma cristiano, il 1° maggio, ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancora manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque; cioè, giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglia del lavoro.

Anche L’Osservatore Romano diede ampio spazio agli eventi di quella giornata titolando in prima

pagina: Il Sommo Pontefice alle Acli e ai lavoratori di tutti i popoli. La presenza di Cristo e della Chiesa nel mondo operaio – Il 1° Maggio solennità cristiana. Alla notizia furono interamente dedicate tre delle sei pagine dell’edizione del giorno, una delle quali completamente occupata dal racconto fotografico dell’evento. 

L’eco di quanto era avvenuto in piazza San Pietro trovò ampio spazio sulle pagine di tutti i quotidiani nazionali. Anche Avanti! diede una sua lettura di quello che veniva comunque interpretato come un positivo riconoscimento che tutti i lavoratori, in fondo, erano uniti nelle loro aspirazioni di giustizia sociale: nei cartelli e striscioni che gli aclisti esponevano «risultava chiaramente come in alcun modo le esigenze, le istanze che pongono i lavoratori cattolici, siano diverse da quelle che, in un’altra piazza di Roma, avanzavano gli altri lavoratori nel comizio della Cgil».

Il punto di vista del mondo degli industriali era diverso e vedeva nel Primo Maggio delle Acli la volontà di porsi come linea distinta e alternativa rispetto a quella socialista. Il Giornale d’Italia, in

quegli anni di proprietà di Confindustria, riportava le dichiarazioni degli «ambienti direttivi» delle Acli, che presentavano la manifestazione romana come un segnale dell’attivismo cattolico in prima linea nella difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori, sfilando alle «forze marxiste» il monopolio sul mondo del lavoro. 

Non a caso l’attività delle Acli venne posta sotto la protezione di san Giuseppe, figura che doveva essere di esempio non solamente come lavoratore operoso e sollecito sostegno della famiglia, ma anche per le sue virtù di pazienza, mitezza, umiltà. Un modello che voleva contrastare quelli che su altri fronti erano i richiami allo scontro duro e alla “lotta di classe”, dai quali la chiesa tentava di tenere lontani e distinti i lavoratori cattolici.

La verità è che, con la manifestazione del Primo Maggio 1955, tenutasi prima in piazza san Pietro con la celebrazione dell’Eucarestia e poi in piazza del Popolo con una grande adunata popolare con più di 50.000 persone, le Acli avevano stabilito che il lavoro – la sua difesa e promozione – non era monopolio della tradizione socialista e successivamente anche di quella comunista, ma trovava piena legittimazione nella dottrina sociale della chiesa e nelle molte opere che le stesse Acli promuovevano per elevare le condizioni di vita della classe lavoratrice.

Due dedicazioni e una statua 

In quanto al contenuto strettamente liturgico del Primo Maggio religioso, non furono le Acli a scegliere di dedicare la festa a san Giuseppe. Per rimarcare la concezione cristiana del lavoro, la figura di riferimento individuata dagli aclisti era stata quella di Gesù negli anni giovanili, quando a Nazareth condivideva con Giuseppe, padre putativo, la dimensione quotidiana del lavoro di falegname. Gli aclisti intendevano consacrare il 1° Maggio a “Gesù lavoratore”, al “Cristo divino lavoratore”, in un’immagine che unificasse il lavoro umano e la partecipazione del lavoratore all’attività creativa di Dio. In questo erano fedeli alla vocazione antica delle Acli come luogo di formazione e di opere sociali a favore delle persone più deboli e indifese, strumento di promozione del lavoro quale valore essenziale di una comunità civile. 

D’altro lato, ancor prima del grande Primo Maggio 1955, proprio Pio XII aveva accolto gli aclisti nella basilica di san Pietro, il 14 maggio 1953, dichiarando ai lavoratori il suo «tenero affetto, simile a quello che nutriva e nutre per essi Gesù, il divino Lavoratore di Nazareth». 

Di fatto, i militanti e dirigenti aclisti coglievano la contraddizione tra le due pronunce del papa, non riuscendo ad accettare la sua opzione del 1955, con l’accantonamento liturgico di Gesù Divin Lavoratore. 

Per il Primo Maggio del 1956, su iniziativa delle Acli milanesi, idearono qualcosa di straordinario che resterà nell’iconografia non solo dell’associazione ma dell’intero paese. L’organizzazione si preparò con il consueto spirito filiale e disciplinato, a celebrare per la prima volta la festa dei lavoratori sotto l’egida di san Giuseppe artigiano, però, quando si trattò di commissionare la statua da presentare nel primo Primo Maggio a contenuto di festa religiosa, come simbolo dell’impegno aclista e di tutti i lavoratori cattolici, fu scelta la figura di Cristo divino lavoratore. La piccola scultura, alta 135 cm, fu realizzata in bronzo dorato da Enrico Nell Breuning e portata in piazza del Duomo a Milano il 1° maggio 1956 dove venne benedetta dall’arcivescovo Montini.

La piazza era gremita e le Acli avevano organizzato con grande solennità quella giornata. La festività liturgica fu accompagnata dai discorsi del presidente del Consiglio Antonio Segni e del presidente centrale delle Acli Dino Penazzato, che colse l’occasione per ribadire la sua linea delle “tre fedeltà”. Uno spirito più internazionale fu dato dalla presenza di 23 delegati stranieri, fra i quali il delegato dell’Azione Cattolica Operaia francese, un lavoratore del Camerun, rappresentanti dalla Cina e dal Vietnam. Era quella che con una certa pomposità il Corriere della Sera avrebbe definito «la Prima Internazionale cristiana». 

Un videomessaggio di Pio XII garantì la vicinanza e il sostegno della Chiesa alle Acli. Dopo la messa e il ricordo dei caduti in guerra e sul lavoro, venne benedetta la statua bronzea che ufficialmente rappresentava Cristo divino lavoratore. Le Acli intendevano donare la statua a papa Pio XII, per celebrare l’ottantesimo compleanno che il pontefice aveva compiuto il 2 marzo di quel 1956. Per questo, la scultura fu subito portata in elicottero a Linate, trasferita in aereo a Ciampino e da lì di nuovo in elicottero al sagrato della basilica di san Pietro. Il volo della statua sui cieli di Roma fu un evento memorabile e venne ripreso anche dalla televisione quasi fosse un segno dei tempi.

Nonostante la pioggia scrosciante, gli aclisti attesero per ore, con pazienza, l’arrivo della statua. Il “Divino Lavoratore” fu salutato dalla folla e dal papa, che si affacciò dalla finestra del suo studio per impartire la benedizione alla folla radunata per la festa cristiana dei lavoratori. Il giorno successivo la statua venne benedetta da Pio XII, che la salutò inizialmente come effige di san Giuseppe. Quando l’assistente ecclesiastico centrale degli aclisti, don Luigi Civardi, obiettò che si trattasse in realtà di una statua che rappresentava Gesù, venne alla fine accolto dal pontefice il titolo di “divino lavoratore”, che salvava l’aspetto divino e non ne esaltava quello “classista” che la semplice dizione di “Gesù lavoratore” evocava, con gran timore di teologi e liturgisti del tempo.

Non è difficile sentire in quella “duplice lettura” della stessa statua la sintesi ermeneutica di un dibattito complesso: da una parte il cattolicesimo popolare rappresentato dalle Acli che vedeva in essa con favore ed entusiasmo la raffigurazione di Gesù Lavoratore; dall’altra i vertici della chiesa che mostravano perplessità su quell’identificazione e preferivano la più tradizionale e rassicurante versione del san Giuseppe artigiano.

Nel mezzo di quel dibattito, accadde che il 2 maggio 1956 la delegazione internazionale guidata dal presidente delle Acli Dino Penazzato, in udienza dal papa per la benedizione della statua di controversa identificazione, si ritrovasse ad assistere alla benedizione papale per l’immagine di  san Giuseppe artigiano. Papa Pacelli, evidentemente, restava convinto della sua posizione.

La chiesa si muoveva cautamente, ma si muoveva. E anche dalle fila socialiste si apprezzava l’apertura. Il sindacalista e deputato del Psi Fernando Santi scriveva dalle colonne di Avanti!:

Il fatto che i lavoratori cattolici – i lavoratori cioè che ispirano la loro azione sociale agli insegnamenti della Chiesa – festeggiano anch’essi e ufficialmente il Primo Maggio – considerato nel passato recente e remoto come manifestazione dalla quale rifuggire – suggerisce alcune considerazioni che acquistano un particolare sapore nell’attuale momento. In primo luogo viene spontanea la constatazione della inarrestabile evoluzione dei tempi e del sia pur lento e cauto adeguarsi ad essi della Chiesa. In sostanza le idee giuste ed umane – come quella della liberazione del lavoro da ogni sfruttamento, idea che caratterizza, che dà significato appunto alla festa internazionale del lavoro – camminano forte. Camminano anche con le ali degli angeli e le aureole dei santi. Questo vuol dire che si accorciano le distanze fra i lavoratori cattolici ed i lavoratori che militano nelle organizzazioni di classe, e che sempre più si fa strada la consapevolezza della identità degli interessi economici e sociali contro i quali è schierato unito il chiuso mondo dell’egoismo e del privilegio. […] In sostanza, vogliamo le stesse cose, che si riassumono in una condizione umana di vita per gli operai, per i contadini, per gli impiegati, che salvaguardi ed esalti la dignità e la personalità del lavoratore […].

L’edizione milanese di Avanti! del 3 maggio 1956, apriva con l’annuncio in prima pagina: Nella piazza del Duomo di Milano si è aperto il dialogo tra C.G.I.L. e A.C.L.I., lasciando intendere che il popolo delle Acli era attratto da spirito di unione con i lavoratori militanti «nei partiti e nei sindacati di classe» nonostante la «strana favola» raccontata da Penazzato, che invitava i lavoratori tutti a confidare nella guida della chiesa che voleva dare nuovo spazio di speranza alle loro aspirazioni. Il giornale socialista sosteneva che erano i lavoratori cattolici a doversi liberare «dalle ipoteche della Confintesa sul loro stesso movimento» e dalle pericolose aperture verso destra della Democrazia Cristiana.

Si comprende, quindi, la cautela della Chiesa e della presidenza Acli, che non volevano rischiare fraintendimenti e strumentalizzazioni. Il messaggio del pontefice aveva chiaramente ribadito che il dovere e la ragion d’essere delle Acli dovevano essere indirizzati prioritariamente a diffondere il messaggio cristiano di amore e giustizia, non a porsi in concorrenza con altri o a cercare altre vie di solidarietà di categoria. La statua del “Cristo lavoratore” donata al papa doveva simboleggiare questa prospettiva, il che spiega perché sarebbe stata destinata per un periodo alla parrocchia romana intitolata a “Gesù Divino Lavoratore”, nella chiesa voluta e finanziata delle Acli, costruita a piazza della Radio, a meno di un chilometro dall’attuale sede nazionale degli aclisti in via Marcora, dove la statua avrebbe poi trovato definitiva sede.

La singolare storia della statua dai due volti si era allungata di ulteriori capitoli. In occasione del cinquantenario di fondazione dell’Associazione, la statua, caduta nell’oblio, venne tratta da un polveroso scantinato della sede nazionale delle Acli. Il Primo dell’anno successivo, venne portata ancora una volta in piazza san Pietro, dove  Giovanni Paolo II  – il papa che era stato lui stesso un lavoratore – aveva celebrato la messa di fronte a più di 50.000 fedeli, invitando le lavoratrici e i lavoratori cristiani a restare fedeli all’originaria vocazione di promozione della dignità della  persona e di testimonianza del Vangelo .

Dieci anni dopo, nel 2005, sempre il Primo Maggio, la statua, ormai simbolo aclista per eccellenza, sarebbe tornata in piazza San Pietro per le celebrazioni del 60° anniversario della fondazione, alla presenza di papa Benedetto XVI. Alla recita del Regina Coeli  da parte di papa Benedetto XVI, da poco eletto, le Acli portarono la statua sopra un baldacchino. Il papa salutò con calore le Acli, chiedendo di non dimenticare le persone che erano senza lavoro, in particolare i giovani.

Il 23 maggio 2015, nel corso dell’incontro con le Acli in aula Paolo VI, papa Francesco è tornato a benedire la statua, che le Associazioni Cristiane dei Lavoratori erano tornate a presentare come statua di Cristo lavoratore e non di san Giuseppe artigiano. 

In piena pandemia, papa Francesco ha accolto la richiesta del presidente aclista Roberto Rossini di ospitare la statua, così ricca di mistero e di storia, ma anche di un’istanza profonda riguardante la teologia del lavoro, durante la messa celebrata alle 7 del mattino del Primo Maggio 2020 presso la cappella di santa Marta in Vaticano. 

La statua, che era stata posta a fianco all’altare, avrebbe ispirato, poco più di un mese dopo, l’8 giugno, la lettera che il papa ha indirizzato al vicario generale per la diocesi di Roma, il cardinale De Donatis. Vi stabiliva l’istituzione del fondo “Gesù Divino Lavoratore” a sostegno, tramite Caritas diocesana, di tutte le persone colpite dalla crisi economica degli ultimi anni, in particolare per «coloro che rischiano di rimanere esclusi dalle tutele istituzionali e che hanno bisogno di un sostegno che li accompagni, finché potranno camminare di nuovo autonomamente», un fondo che – come lo spirito che aveva fondato il Primo Maggio cristiano – ha scelto la figura del “divino lavoratore” «per richiamare la dignità del lavoro».

Il Primo Maggio del lavoratore cristiano, oggi

Nel frattempo, anno dopo anno, in Italia la festa dei lavoratori è diventata sempre più patrimonio comune e indiscusso. Dal 1990 i sindacati confederali della Cgil, Cisl e Uil hanno istituito la bella tradizione del “concertone” del Primo Maggio. Si tiene ogni anno a Piazza San Giovanni a Roma, con la partecipazione di molti gruppi musicali e cantanti che danno vita ad uno spettacolo trasmesso in diretta televisiva dalla Rai.

Va riconosciuto alle Acli il merito storico di aver favorito l’incontro fra la cultura socialista del movimento operaio e la cultura cattolica del lavoro, radicata nella dottrina sociale della chiesa. Come si è visto, furono in particolare le Acli di Dino Penazzato, caro alla memoria di tutti gli aclisti come “il presidente delle tre fedeltà” (alla classe lavoratrice, alla democrazia e alla chiesa), a creare le condizioni storico-culturali per fare del Primo Maggio la festa condivisa da tutti i lavoratori, a prescindere dalla loro appartenenza culturale, di tradizione socialista, comunista e cattolica.

Bibliografia

Casula C. F., Le Acli: una bella storia italiana, Anicia, 2008

Lovatti M., Giovanni XXIII, Paolo VI e le Acli, Morcelliana, 2019

PIO XII,  Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XV, Città del Vaticano, Tipografia poliglotta vaticana, 1954

Santi F. Santi F., Abbiamo portato avanti il dialogo con i cattolici, in Avanti!, a. LX, n. s. n. 104, 1 maggio 1956

Spadaro A., Sereni S.,  A partire da Gesù lavoratore, in La Civiltà Cattolica, quaderno 4081, 2020

Weldemariam H., Tudini F., Nanni A., Raccontare le Acli, in Azione sociale, n. 5, 2005

Primo Maggio: dov’è la festa?

Luigi Bobba«Il Primo Maggio “battezzato”» di Sara Simone e Luigi Bobba
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Bobba (Terzjus): “Coltivare e far crescere una cultura del bene comune e della solidarietà”

Il Terzo Settore è un insieme di enti di carattere privato che agiscono in diversi ambiti, dall’assistenza alle persone con disabilità alla tutela dell’ambiente, dai servizi sanitari e socioassistenziali all’animazione culturale. Spesso gestiscono servizi di welfare istituzionalee sono presenti per la tutela del bene comune e la salvaguardia dei diritti negati. Il Terzo settore esiste da decenni ma è stato riconosciuto giuridicamente in Italia solo con la legge delega 106 del 2016. L’attuazione della predetta riforma procede velocemente e, con la recente attivazione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, le organizzazioni non profit si stanno relazionando con nuovi adempimenti, riassetti strutturali, ma soprattutto con sfide e opportunità inedite.

I numeri del Terzo Settore in Italia

Il ruolo del Terzo Settore è notevolmente cresciuto in Italia, anche durante la difficile fase pandemica. Un universo che conta 375 mila diverse istituzioni tra associazioni, fondazioni e cooperative sociali, con un incremento pari al 25% rispetto allo scorso decennio. Gli italiani che partecipano ad attività associative sono 10,5 milioni, ossia un quinto della popolazione che ha più di 14 anni. L’apporto del Terzo Settore dell’economia è stimato in 80 miliardi di euro ed è pari al 5% del Prodotto interno lordo. Gli addetti sono oltre 900 mila – di cui il 70% sono donne – ai quali si aggiungono circa quattro milioni di volontari.

Riforma in Movimento

I numeri e l’azione del Terzo Settore hanno indotto  Terzjus – Osservatorio di diritto del Terzo Settore, della filantropia e dell’impresa sociale, in collaborazione con Italia non profit, a lanciare l’indagine digitale “Riforma in Movimento – Edizione 2022” alla quale sono chiamati a partecipare tutti gli enti non profit italiani con l’obiettivo di portare la voce e l’esperienza di chi la Riforma la vive in prima persona, all’attenzione dell’opinione pubblica e dei rappresentanti di reti e istituzioni nazionali ed europee. I risultati di questa survey confluiranno in un apposito capitolo del Terzjus Report 2022 in uscita nel mese di luglio. Interris.it in merito a questi temi ed al ruolo del volontariato in questo frangente storico particolarmente difficile, ha intervistato Luigi Bobba già presidente nazionale delle Acli, parlamentare e sottosegretario al Lavoro. Ora presidente di Terzjus, di Enaip Mozambico e del Comitato Global Inclusion.

L’intervista

Qual è stato e qual è il ruolo del volontariato in questo frangente storico nel quale si stanno susseguendo la pandemia e l’emergenza profughi dall’Ucraina?

“Le organizzazioni associative volontarie, quando c’è da rimboccarsi le maniche, sono pronte ad agire, anche interpretando un sentimento positivo presente più in generale nella popolazione – ma fornendo allo stesso una forma strutturata e organizzata. Dalla raccolta di beni e di denaro, all’invio di questi aiuti e adesso sicuramente nell’accoglienza delle persone che arriveranno e sono già arrivate in Italia dall’Ucraina (sono più di 75.000). Se non ci fosse questa rete avremo problemi molto più grandi, sia nelle nostre comunità che nella capacità di sostenere le persone coinvolte in questi eventi drammatici come sono la guerra e l’invasione russa dell’Ucraina”.

In che modo la Riforma del Terzo Settore può favorire lo stesso in questo frangente?

“Lo può favorire per tre ragioni. La prima perché, ad esempio, l’incentivo alle donazioni in denaro; il  35% per le Organizzazioni di Volontariato e il 30% per tutte le altre realtà associative possono essere una spinta  a corroborare  la propensione al dono. La stessa cosa vale anche sul versante delle donazioni dei beni in natura; recentemente una circolare ha regolamentato in modo molto più semplice la donazione di beni – in particolare da parte delle aziende – che non hanno più un rilievo fiscale come accadeva prima, non solo per farmaci o prodotti alimentari ma anche per tutte le altre tipologie di beni. In terzo luogo, perché c’è una nuova consapevolezza che, se non si creano reti di solidarietà, in un mondo sempre più incerto, precario ed esposto a continue emergenze, il rischio che le disuguaglianze crescano e che i più fragili vengano esclusi e tagliati fuori da una vita dignitosa è molto evidente”.

Che obiettivi si pone l’indagine denominata Riforma in Movimento di Terzjus?

“Si pone essenzialmente tre obiettivi. Il primo è quello di fare lo stato dell’arte sulla riforma dal punto di vista degli Enti del Terzo Settore cioè delle reti associative volontarie e cooperative; il secondo è di realizzare un check più specifico sul processo che è stato avviato in questi mesi con l’avvio del Registro unico sia per  coloro che sono in transizione perché già iscritti ai vecchi registri regionali sia per coloro che hanno fatto accesso ex novo .In terzo luogo, di verificare se i provvedimento che il Ministero del Lavoro ha emanato lo scorso anno, dal 5×1000 ai nuovi schemi di bilancio, dalla regolamentazione della donazione di beni in natura ai rapporti tra ETS e pubblica amministrazione. In particolare, vorremmo sapere se tali provvedimenti sono conosciuti, quale ne è la percezione e se sono stati utilizzati”.

Quali auspici si pone per il futuro del mondo del volontariato?

“Fondamentalmente due auspici, il primo è quello che il Ministero provveda sollecitamente a risolvere la parte fiscale, ossia far approvare il pacchetto di emendamenti che non è passato in legge di bilancio e, contestualmente che lo stesso Ministero invii subito la notifica alla Commissione Europea di quelle norme che richiedono un’autorizzazione comunitaria. Il secondo è che le Organizzazioni abbiano come priorità la necessità di coltivare e far crescere una cultura del bene comune e della solidarietà senza la quale – in un mondo sempre più esposto a crisi ed emergenze – la qualità del vivere di tutti e specialmente dei più deboli, peggiorerà rapidamente. Questo è un investimento da fare sulle generazioni più giovani, a cominciare dal Servizio civile universale, che non a caso è stato riformato nell’ambito della più generale riforma del Terzo Settore. Quindi, da un lato bisogna risolvere i problemi di natura fiscale e questo è responsabilità delle  istituzioni; dall’altro  gli enti debbono operare un investimento in materia di cultura, formazione e di promozione di esperienze concrete di solidarietà, in particolare tra le giovani generazioni”.

Leggi l’intervista di Interris.it del 3 aprile 2022

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Ri-fondata sul lavoro. Il lavoro come spazio per ripartire e promuovere solidarietà

Convegno

25 marzo 2022 – ore 10.00
Circolo ACLI SAN MATERNO – DORNO (PV) Via San Materno, 24

ACCOGLIENZA dei partecipanti
Battista CUCCHI – Presidente Circolo ACLI San Materno – Dorno Domenico GIACOMANTONIO – Presidente ACLI Pavia APS

SANTA MESSA celebrata da S.E. Mons. Maurizio GERVASONI
Vescovo di Vigevano e Delegato della Conferenza Episcopale Lombarda per la Pastorale sociale e del lavoro e la formazione socio-politica

Martino TRONCATTI – Presidente ACLI Lombardia APS

Luigi BOBBA – Presidente Terzjus – Osservatorio di diritto del Terzo Settore e già Presidente nazionale delle ACLI
Roberto CESA – Responsabile ACLI Rete Lavoro – Bergamo
Renata PANAS – Responsabile Sportelli Lavoro ACLI Pavia

Pierfrancesco DAMIANI – Responsabile Comunicazione ACLI Pavia APS

I lavori si concluderanno con un pranzo conviviale

Necessaria prenotazione e conferma di parteciazione segreteria@aclipavia.it / segreteria@aclilombardia.it

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