Terzjus si trasforma in Fondazione e annuncia per settembre la pubblicazione del “Terzjus Report 2022”

Dopo due anni di vita e di attività, Terzjus – l’osservatorio giuridico del terzo settore – si trasforma e, da associazione, prende la forma di Fondazione e presenterà la richiesta all’ufficio del RUNTS della Regione Lazio per essere iscritto alla sezione “Altri ETS“.

La compagine dei soci ha deliberato la trasformazione alla presenza del notaio Nicola Riccardelli al fine di consolidare la struttura e le attività già in essere ma soprattutto per meglio rispondere allo scopo sociale per cui Terzjus era nato: essere uno strumento di studio, ricerca, approfondimento e proposta sul nuovo diritto del terzo settore con una prevalente attenzione alla riforma che ha interessato il vasto campo delle organizzazioni associative, di volontariatoe fondazionali nonché al mondo delle imprese sociali e della filantropia.

Alla Fondazione Terzjus ETS aderiscono come “partecipanti fondatori” 17 soci: Acli, Airc, Anbima, Anpas, Anspi, Assifero, Auser, Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Consiglio nazionale del Notariato, Consorzio Ambito Territoriale sociale n.3, e-IUS, Fish, Fondazione Italia Sociale, Forum nazionale del Terzo settore, Italia non profit, Rete Misericordia e solidarietà, Unpli; e due soci come “partecipanti aderenti”: AILPoliedros.

L’assemblea dei soci ha provveduto altresì a confermare il Presidente Luigi Bobba, il segretario generale Gabriele Sepio, il direttore scientifico Antonio Fici nonché  a nominare, come prescrive la legge, il sindaco revisorenella persona di Matteo Pozzoli.

Il calendario dei prossimi appuntamenti si presenta particolarmente intenso e ricco di novità: a luglio, la pubblicazione dell’ e-book “Professione volontario”(scaricabile dal sito di Terzjus) che contiene il report di ricerca su 10 casi aziendali di “volontariato di competenza“; a settembre poi, sarà presentato il “Terzjus Report 2022“, il secondo Rapporto sullo stato e le prospettive del diritto del terzo settore in Italia.

Per fine anno invece vedrà la luce il primo “European Terzjus Report” che analizzerà lo sviluppo della legislazione sul terzo settore nei diversi paesi della UE e nel diritto comunitario. In autunno è altresì previsto l’avvio del quarto ciclo dei “Quickinar di Terzjus“, brevi incontri formativi per illustrare questioni di attualità nonché la presentazione di una ricerca condotta per Unioncamere sulle “nuove” imprese sociali.

[Sara Vinciguerra]

Luigi BobbaTerzjus si trasforma in Fondazione e annuncia per settembre la pubblicazione del “Terzjus Report 2022”
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Salone del Libro: “La valutazione dell’esperienza duale nell’istruzione e formazione professionale”

20 maggio, Ore 12:45-13:45

La valutazione dell’esperienza duale nell’istruzione e formazione professionale

Presentazione del libro curato da Ludovico Albert e Daniele Marini (Il Mulino)

Sala Lisbona, CENTRO CONGRESSI

In collaborazione con
Fondazione per la Scuola

Luigi BobbaSalone del Libro: “La valutazione dell’esperienza duale nell’istruzione e formazione professionale”
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«Il Primo Maggio “battezzato”» di Sara Simone e Luigi Bobba

Il Primo Maggio “battezzato”

di Sara Simone e Luigi Bobba

«Mettere tonaca e berretta al “Primo Maggio”». Questa l’accusa che, a metà degli anni cinquanta del XX secolo, veniva mossa ai lavoratori riuniti nelle Acli, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, organizzazione che in quegli anni assunse non solo una funzione di mediazione culturale, ma di spinta profetica e popolare, proprio sul tema del Primo Maggio. 

Dalle Acli così rispondevano: 

Si è preteso di fare del Primo Maggio una festa marxista; esso non è nato in camicia rossa. È nato nella lontana America, in ambienti e tra uomini non solo refrattari ma ostili al comunismo: è nato come affermazione del diritto del lavoratore ad un orario meno massacrante, a migliori condizioni per la sua opera. Ed ha continuato a simbolizzare le rivendicazioni degli operai e dei contadini. Soltanto più tardi i comunisti hanno tentato di appropriarsene.

A quel tempo le Acli avevano una loro festa del lavoro – il 15 maggio, giorno della promulgazione nel 1891 dell’enciclica sociale Rerum Novarum di papa Leone XIII –  in concorrenza con il Primo Maggio, celebrato in seguito alla deliberazione del congresso di Parigi della Seconda Internazionale il 20 luglio 1889. In quell’occasione si era proposto di organizzare una manifestazione simultanea in una data stabilita, uguale per tutti i paesi e città, in tutto il mondo, durante la quale i lavoratori potessero chiedere alle pubbliche autorità di contenere per legge entro le otto ore la giornata lavorativa. Come data era stata scelto il Primo Maggio, a memoria della grande manifestazione operaia che tre anni prima, il 1° maggio 1886, a Chicago, era stata repressa nel sangue. Le azioni contro le lotte dei lavoratori che tra il 1867 e il 1887 colpirono Chicago e l’Illinois, avevano generato un moto di grande solidarietà internazionale e internazionalista.

Un Primo Maggio per i cattolici

Risultava difficile per i cattolici trovarsi a proprio agio nei confronti del sindacalismo ispirato dal marxismo, che parlava di lotta di classe e considerava la chiesa fra le forze reazionarie da combattere, senza spazi di mediazione. Fin dai primi anni del novecento il movimento cattolico si confrontava con il sindacalismo socialista e cercava spazi di alterità, tentando di contrastarne la pretesa esclusività sulla festa del Primo Maggio. Quel sano confronto ideale, dagli indubbi risvolti politici, era stato interrotto dal fascismo con la proibizione della celebrazione del Primo Maggio: nel ventennio il festeggiamento dei lavoratori fu anticipato al 21 aprile, per farlo coincidere con il Natale di Roma.

All’indomani della “liberazione” del 25 aprile 1945, il Primo Maggio diventerà in Italia festa di partigiani e lavoratori, di anziani militanti e giovanissimi con nessuna memoria di quella festa, salvo ritrovarsi tutti insieme nelle piazze in un clima di grande entusiasmo. Appena due anni, e il Primo Maggio del 1947, si verificherà in Sicilia la strage di Portella Della Ginestra, vicino Palermo, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco sui braccianti che assistono al comizio, uccidendo 14 lavoratori.

Pur se a fatica, le manifestazioni promosse dalla compagine cattolica riusciranno in alcuni territori ad avere un certo successo e partecipazione degna di considerazione, talora quasi in grado di controbilanciare quella dei movimenti socialisti. Un caso significativo divenne quello dell’area bresciana, dove i gruppi di lavoratori cattolici erano fortemente radicati sul territorio, in particolare nelle campagne e nei borghi rurali. 

Se la città resta sotto l’egida delle forze di ispirazione socialista, in provincia si afferma un Primo maggio “cattolico” che abbandona ogni riferimento alla dimensione del conflitto: la festa di “tutti i lavoratori” celebra la collaborazione, lo sviluppo ordinato, la concordia tra le classi.»

Non durò troppo a lungo questo tentativo di instaurare una pacifica convivenza. «Di lì a qualche decennio, tali divisioni di fondo sarebbero diventate vere e proprie fratture, segnando la storia del sindacalismo italiano». 

Negli anni cinquanta, il Primo Maggio subisce l’influenza del nuovo quadro politico: terminata l’alleanza tra i tre partiti di massa (Dc, Pci e Psi) e De Gasperi, si avvia la nuova fase dei governi centristi con l’appoggio della destra parlamentare: una frattura che coinvolge anche il fronte sindacale e la festa dei lavoratori, che diventa terreno di scontro, un’occasione per misurare i rapporti di forza.

Sarà merito delle Acli se, a partire dal 1955, il mondo cattolico si sarebbe aperto alla festa dei lavoratori, sentita fino ad allora come tradizione prevalentemente “socialista”, apportandovi il contributo originale della cultura cristiana. In quell’anno si calcolavano in 65, le ricorrenze del Primo Maggio, dalle quali i lavoratori cristiani si erano per lo più tenuti in disparte. 

Già il 1° maggio 1954 un piccolo gruppo di aclisti, in vista dell’anno in cui ricorreva il decennale dalla fondazione delle loro associazioni, aveva partecipato alle manifestazioni dei lavoratori a Roma; l’anno dopo, le Acli erano pronte a lanciare il loro “Primo Maggio cristiano” con il motto: «Con Cristo per la classe lavoratrice». I lavoratori cattolici si riunirono a Roma giungendo da tutta Italia: trenta treni speciali erano stati approntati per l’occasione e oltre 2500 pullman portarono nella capitale una colorata folla in costumi folcloristici rappresentanti dei territori di provenienza o in abiti da lavoro, con vessilli, bandiere, cartelli e striscioni.

Svettava un grande globo di cartapesta attraversato dalla scritta «Lavoratori di tutto il mondo unitevi nell’insegnamento di Cristo», che declinava dal punto di vista cattolico il motto socialista per eccellenza, «Proletari di tutti i Paesi, unitevi!», derivato dalla chiusa del Manifesto del partito Comunista del 1848. Il cardinale Adeodato Giovanni Piazza celebrò la messa del mattino per tutti gli aclisti convenuti in piazza del Popolo, dall’altare allestito su una grande incudine: scelta di forte impatto simbolico. Nel pomeriggio, una delegazione delle Acli depose una corona sulla tomba del Milite Ignoto e poi il corteo si mosse verso il Vaticano. Durante l’udienza pontificia organizzata in piazza san Pietro per l’occasione, papa Pio XII annunciò l’istituzione della festa liturgica di san Giuseppe artigiano, proclamato protettore dei lavoratori. Erano più di 200.000 gli aclisti convenuti a Roma per l’occasione, accompagnati da un gruppo di vescovi, tra i quali Giovanni Battista Montini, al tempo arcivescovo di Milano. 

Ecco le parole che Pio XII pronunciò quel Primo Maggio, parlando alle Acli:

Fin dalle origini, Noi mettemmo le vostre associazioni sotto il potente patrocinio di san Giuseppe. Non vi potrebbe essere infatti miglior protettore per aiutarvi, per far penetrare nella vostra vita lo spirito del Vangelo. Come invero allora dicemmo, dal cuore dell’Uomo-Dio, Salvatore del mondo, questo Spirito affluisce in voi e in tutti gli uomini, ma è pure certo che nessun lavoratore ne fu mai tanto perfettamente e profondamente penetrato quanto il padre putativo di Gesù, che visse con lui nella più stretta intimità e comunanza di famiglia e di lavoro. Così, se voi volete essere vicini a Cristo, noi anche oggi vi ripetiamo: Ite ad Joseph Andate da Giuseppe!

Sì, diletti lavoratori, il papa e la chiesa non possono sottrarsi alla divina missione di guardare, proteggere, amare soprattutto i sofferenti, tanto più cari quanto più bisognosi di difesa e di aiuto,  siano essi operai, o altri figli del popolo. Questo dovere e impegno, noi, vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del Primo Maggio, che il mondo del  lavoro ha aggiudicato a sé come propria festa con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e doveri.

Concludeva Pio XII:

In tal modo – accolto dai lavoratori cristiani e quasi ricevendo il crisma cristiano -, il Primo Maggio, ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancor manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque, come giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani nella grande famiglia del lavoro. Affinché vi sia presente questo significato, e in certo modo quale immediato contraccambio per i numerosi e preziosi doni, arrecatici da ogni regione d’Italia. Amiamo di annunziarvi la nostra determinazione di istituire – come di fatto istituiamo – la festa liturgica di san Giuseppe Artigiano, assegnando ad essa precisamente il giorno Primo Maggio.

Con enfasi Dino Penazzato, l’allora presidente delle Acli, definì quel giorno «il grande battesimo cristiano del Primo maggio». Il discorso di Pio XII ricordò quando la Chiesa aveva ufficialmente riconosciuto le Acli, nell’udienza dell’11 marzo 1945, ponendole sotto il patrocinio di san Giuseppe, indicato come figura esemplare per i lavoratori cristiani. Le Acli fecero sfilare davanti al pontefice i simboli del lavoro dell’uomo, in un clima di solennità, per quella che era una giornata memorabile per la storia dell’associazione. 

In polemica rispetto all’anticlericalismo diffuso in quegli anni di dure lotte operaie e di aspre polemiche che dividevano le associazioni sindacali italiane, le Acli erano incoraggiate dal pontefice a perseverare nel loro attivismo, purché rimanessero fedeli al servizio della causa cattolica e entro gli insegnamenti dottrinali della Chiesa. 

Il pontefice ammoniva:

Da lungo tempo purtroppo il nemico di Cristo semina zizzania nel popolo italiano, senza incontrare sempre e dappertutto una sufficiente resistenza da parte dei cattolici. Specialmente nel ceto dei lavoratori esso ha fatto e fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e della economia. Non è raro il caso in cui l’operaio cattolico, per mancanza di una solida formazione religiosa, si trova disarmato, quando gli si propongono simili teorie; non è capace di rispondere, e talvolta persino si lascia contaminare dal veleno dell’errore.

Contro l’«umanesimo laico» e il «socialismo purgato dal materialismo», la Chiesa appoggiava il programma delle Acli «che esige la partecipazione effettiva del lavoro subordinato nella elaborazione della vita economica e sociale della Nazione e chiede che nell’interno delle imprese ognuno sia realmente riconosciuto come un vero collaboratore». Era l’occasione per dare una nuova prospettiva alla festa dei lavoratori: 

Questo dovere ed impegno noi, vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del 1° maggio, che il mondo del lavoro ha aggiudicato a sé, come propria festa, con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro, e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e di doveri.

Il Primo Maggio veniva così “consacrato”: 

In tal modo accolto dai lavoratori cristiani, e quasi ricevendo il crisma cristiano, il 1° maggio, ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancora manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque; cioè, giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglia del lavoro.

Anche L’Osservatore Romano diede ampio spazio agli eventi di quella giornata titolando in prima

pagina: Il Sommo Pontefice alle Acli e ai lavoratori di tutti i popoli. La presenza di Cristo e della Chiesa nel mondo operaio – Il 1° Maggio solennità cristiana. Alla notizia furono interamente dedicate tre delle sei pagine dell’edizione del giorno, una delle quali completamente occupata dal racconto fotografico dell’evento. 

L’eco di quanto era avvenuto in piazza San Pietro trovò ampio spazio sulle pagine di tutti i quotidiani nazionali. Anche Avanti! diede una sua lettura di quello che veniva comunque interpretato come un positivo riconoscimento che tutti i lavoratori, in fondo, erano uniti nelle loro aspirazioni di giustizia sociale: nei cartelli e striscioni che gli aclisti esponevano «risultava chiaramente come in alcun modo le esigenze, le istanze che pongono i lavoratori cattolici, siano diverse da quelle che, in un’altra piazza di Roma, avanzavano gli altri lavoratori nel comizio della Cgil».

Il punto di vista del mondo degli industriali era diverso e vedeva nel Primo Maggio delle Acli la volontà di porsi come linea distinta e alternativa rispetto a quella socialista. Il Giornale d’Italia, in

quegli anni di proprietà di Confindustria, riportava le dichiarazioni degli «ambienti direttivi» delle Acli, che presentavano la manifestazione romana come un segnale dell’attivismo cattolico in prima linea nella difesa degli interessi e dei diritti dei lavoratori, sfilando alle «forze marxiste» il monopolio sul mondo del lavoro. 

Non a caso l’attività delle Acli venne posta sotto la protezione di san Giuseppe, figura che doveva essere di esempio non solamente come lavoratore operoso e sollecito sostegno della famiglia, ma anche per le sue virtù di pazienza, mitezza, umiltà. Un modello che voleva contrastare quelli che su altri fronti erano i richiami allo scontro duro e alla “lotta di classe”, dai quali la chiesa tentava di tenere lontani e distinti i lavoratori cattolici.

La verità è che, con la manifestazione del Primo Maggio 1955, tenutasi prima in piazza san Pietro con la celebrazione dell’Eucarestia e poi in piazza del Popolo con una grande adunata popolare con più di 50.000 persone, le Acli avevano stabilito che il lavoro – la sua difesa e promozione – non era monopolio della tradizione socialista e successivamente anche di quella comunista, ma trovava piena legittimazione nella dottrina sociale della chiesa e nelle molte opere che le stesse Acli promuovevano per elevare le condizioni di vita della classe lavoratrice.

Due dedicazioni e una statua 

In quanto al contenuto strettamente liturgico del Primo Maggio religioso, non furono le Acli a scegliere di dedicare la festa a san Giuseppe. Per rimarcare la concezione cristiana del lavoro, la figura di riferimento individuata dagli aclisti era stata quella di Gesù negli anni giovanili, quando a Nazareth condivideva con Giuseppe, padre putativo, la dimensione quotidiana del lavoro di falegname. Gli aclisti intendevano consacrare il 1° Maggio a “Gesù lavoratore”, al “Cristo divino lavoratore”, in un’immagine che unificasse il lavoro umano e la partecipazione del lavoratore all’attività creativa di Dio. In questo erano fedeli alla vocazione antica delle Acli come luogo di formazione e di opere sociali a favore delle persone più deboli e indifese, strumento di promozione del lavoro quale valore essenziale di una comunità civile. 

D’altro lato, ancor prima del grande Primo Maggio 1955, proprio Pio XII aveva accolto gli aclisti nella basilica di san Pietro, il 14 maggio 1953, dichiarando ai lavoratori il suo «tenero affetto, simile a quello che nutriva e nutre per essi Gesù, il divino Lavoratore di Nazareth». 

Di fatto, i militanti e dirigenti aclisti coglievano la contraddizione tra le due pronunce del papa, non riuscendo ad accettare la sua opzione del 1955, con l’accantonamento liturgico di Gesù Divin Lavoratore. 

Per il Primo Maggio del 1956, su iniziativa delle Acli milanesi, idearono qualcosa di straordinario che resterà nell’iconografia non solo dell’associazione ma dell’intero paese. L’organizzazione si preparò con il consueto spirito filiale e disciplinato, a celebrare per la prima volta la festa dei lavoratori sotto l’egida di san Giuseppe artigiano, però, quando si trattò di commissionare la statua da presentare nel primo Primo Maggio a contenuto di festa religiosa, come simbolo dell’impegno aclista e di tutti i lavoratori cattolici, fu scelta la figura di Cristo divino lavoratore. La piccola scultura, alta 135 cm, fu realizzata in bronzo dorato da Enrico Nell Breuning e portata in piazza del Duomo a Milano il 1° maggio 1956 dove venne benedetta dall’arcivescovo Montini.

La piazza era gremita e le Acli avevano organizzato con grande solennità quella giornata. La festività liturgica fu accompagnata dai discorsi del presidente del Consiglio Antonio Segni e del presidente centrale delle Acli Dino Penazzato, che colse l’occasione per ribadire la sua linea delle “tre fedeltà”. Uno spirito più internazionale fu dato dalla presenza di 23 delegati stranieri, fra i quali il delegato dell’Azione Cattolica Operaia francese, un lavoratore del Camerun, rappresentanti dalla Cina e dal Vietnam. Era quella che con una certa pomposità il Corriere della Sera avrebbe definito «la Prima Internazionale cristiana». 

Un videomessaggio di Pio XII garantì la vicinanza e il sostegno della Chiesa alle Acli. Dopo la messa e il ricordo dei caduti in guerra e sul lavoro, venne benedetta la statua bronzea che ufficialmente rappresentava Cristo divino lavoratore. Le Acli intendevano donare la statua a papa Pio XII, per celebrare l’ottantesimo compleanno che il pontefice aveva compiuto il 2 marzo di quel 1956. Per questo, la scultura fu subito portata in elicottero a Linate, trasferita in aereo a Ciampino e da lì di nuovo in elicottero al sagrato della basilica di san Pietro. Il volo della statua sui cieli di Roma fu un evento memorabile e venne ripreso anche dalla televisione quasi fosse un segno dei tempi.

Nonostante la pioggia scrosciante, gli aclisti attesero per ore, con pazienza, l’arrivo della statua. Il “Divino Lavoratore” fu salutato dalla folla e dal papa, che si affacciò dalla finestra del suo studio per impartire la benedizione alla folla radunata per la festa cristiana dei lavoratori. Il giorno successivo la statua venne benedetta da Pio XII, che la salutò inizialmente come effige di san Giuseppe. Quando l’assistente ecclesiastico centrale degli aclisti, don Luigi Civardi, obiettò che si trattasse in realtà di una statua che rappresentava Gesù, venne alla fine accolto dal pontefice il titolo di “divino lavoratore”, che salvava l’aspetto divino e non ne esaltava quello “classista” che la semplice dizione di “Gesù lavoratore” evocava, con gran timore di teologi e liturgisti del tempo.

Non è difficile sentire in quella “duplice lettura” della stessa statua la sintesi ermeneutica di un dibattito complesso: da una parte il cattolicesimo popolare rappresentato dalle Acli che vedeva in essa con favore ed entusiasmo la raffigurazione di Gesù Lavoratore; dall’altra i vertici della chiesa che mostravano perplessità su quell’identificazione e preferivano la più tradizionale e rassicurante versione del san Giuseppe artigiano.

Nel mezzo di quel dibattito, accadde che il 2 maggio 1956 la delegazione internazionale guidata dal presidente delle Acli Dino Penazzato, in udienza dal papa per la benedizione della statua di controversa identificazione, si ritrovasse ad assistere alla benedizione papale per l’immagine di  san Giuseppe artigiano. Papa Pacelli, evidentemente, restava convinto della sua posizione.

La chiesa si muoveva cautamente, ma si muoveva. E anche dalle fila socialiste si apprezzava l’apertura. Il sindacalista e deputato del Psi Fernando Santi scriveva dalle colonne di Avanti!:

Il fatto che i lavoratori cattolici – i lavoratori cioè che ispirano la loro azione sociale agli insegnamenti della Chiesa – festeggiano anch’essi e ufficialmente il Primo Maggio – considerato nel passato recente e remoto come manifestazione dalla quale rifuggire – suggerisce alcune considerazioni che acquistano un particolare sapore nell’attuale momento. In primo luogo viene spontanea la constatazione della inarrestabile evoluzione dei tempi e del sia pur lento e cauto adeguarsi ad essi della Chiesa. In sostanza le idee giuste ed umane – come quella della liberazione del lavoro da ogni sfruttamento, idea che caratterizza, che dà significato appunto alla festa internazionale del lavoro – camminano forte. Camminano anche con le ali degli angeli e le aureole dei santi. Questo vuol dire che si accorciano le distanze fra i lavoratori cattolici ed i lavoratori che militano nelle organizzazioni di classe, e che sempre più si fa strada la consapevolezza della identità degli interessi economici e sociali contro i quali è schierato unito il chiuso mondo dell’egoismo e del privilegio. […] In sostanza, vogliamo le stesse cose, che si riassumono in una condizione umana di vita per gli operai, per i contadini, per gli impiegati, che salvaguardi ed esalti la dignità e la personalità del lavoratore […].

L’edizione milanese di Avanti! del 3 maggio 1956, apriva con l’annuncio in prima pagina: Nella piazza del Duomo di Milano si è aperto il dialogo tra C.G.I.L. e A.C.L.I., lasciando intendere che il popolo delle Acli era attratto da spirito di unione con i lavoratori militanti «nei partiti e nei sindacati di classe» nonostante la «strana favola» raccontata da Penazzato, che invitava i lavoratori tutti a confidare nella guida della chiesa che voleva dare nuovo spazio di speranza alle loro aspirazioni. Il giornale socialista sosteneva che erano i lavoratori cattolici a doversi liberare «dalle ipoteche della Confintesa sul loro stesso movimento» e dalle pericolose aperture verso destra della Democrazia Cristiana.

Si comprende, quindi, la cautela della Chiesa e della presidenza Acli, che non volevano rischiare fraintendimenti e strumentalizzazioni. Il messaggio del pontefice aveva chiaramente ribadito che il dovere e la ragion d’essere delle Acli dovevano essere indirizzati prioritariamente a diffondere il messaggio cristiano di amore e giustizia, non a porsi in concorrenza con altri o a cercare altre vie di solidarietà di categoria. La statua del “Cristo lavoratore” donata al papa doveva simboleggiare questa prospettiva, il che spiega perché sarebbe stata destinata per un periodo alla parrocchia romana intitolata a “Gesù Divino Lavoratore”, nella chiesa voluta e finanziata delle Acli, costruita a piazza della Radio, a meno di un chilometro dall’attuale sede nazionale degli aclisti in via Marcora, dove la statua avrebbe poi trovato definitiva sede.

La singolare storia della statua dai due volti si era allungata di ulteriori capitoli. In occasione del cinquantenario di fondazione dell’Associazione, la statua, caduta nell’oblio, venne tratta da un polveroso scantinato della sede nazionale delle Acli. Il Primo dell’anno successivo, venne portata ancora una volta in piazza san Pietro, dove  Giovanni Paolo II  – il papa che era stato lui stesso un lavoratore – aveva celebrato la messa di fronte a più di 50.000 fedeli, invitando le lavoratrici e i lavoratori cristiani a restare fedeli all’originaria vocazione di promozione della dignità della  persona e di testimonianza del Vangelo .

Dieci anni dopo, nel 2005, sempre il Primo Maggio, la statua, ormai simbolo aclista per eccellenza, sarebbe tornata in piazza San Pietro per le celebrazioni del 60° anniversario della fondazione, alla presenza di papa Benedetto XVI. Alla recita del Regina Coeli  da parte di papa Benedetto XVI, da poco eletto, le Acli portarono la statua sopra un baldacchino. Il papa salutò con calore le Acli, chiedendo di non dimenticare le persone che erano senza lavoro, in particolare i giovani.

Il 23 maggio 2015, nel corso dell’incontro con le Acli in aula Paolo VI, papa Francesco è tornato a benedire la statua, che le Associazioni Cristiane dei Lavoratori erano tornate a presentare come statua di Cristo lavoratore e non di san Giuseppe artigiano. 

In piena pandemia, papa Francesco ha accolto la richiesta del presidente aclista Roberto Rossini di ospitare la statua, così ricca di mistero e di storia, ma anche di un’istanza profonda riguardante la teologia del lavoro, durante la messa celebrata alle 7 del mattino del Primo Maggio 2020 presso la cappella di santa Marta in Vaticano. 

La statua, che era stata posta a fianco all’altare, avrebbe ispirato, poco più di un mese dopo, l’8 giugno, la lettera che il papa ha indirizzato al vicario generale per la diocesi di Roma, il cardinale De Donatis. Vi stabiliva l’istituzione del fondo “Gesù Divino Lavoratore” a sostegno, tramite Caritas diocesana, di tutte le persone colpite dalla crisi economica degli ultimi anni, in particolare per «coloro che rischiano di rimanere esclusi dalle tutele istituzionali e che hanno bisogno di un sostegno che li accompagni, finché potranno camminare di nuovo autonomamente», un fondo che – come lo spirito che aveva fondato il Primo Maggio cristiano – ha scelto la figura del “divino lavoratore” «per richiamare la dignità del lavoro».

Il Primo Maggio del lavoratore cristiano, oggi

Nel frattempo, anno dopo anno, in Italia la festa dei lavoratori è diventata sempre più patrimonio comune e indiscusso. Dal 1990 i sindacati confederali della Cgil, Cisl e Uil hanno istituito la bella tradizione del “concertone” del Primo Maggio. Si tiene ogni anno a Piazza San Giovanni a Roma, con la partecipazione di molti gruppi musicali e cantanti che danno vita ad uno spettacolo trasmesso in diretta televisiva dalla Rai.

Va riconosciuto alle Acli il merito storico di aver favorito l’incontro fra la cultura socialista del movimento operaio e la cultura cattolica del lavoro, radicata nella dottrina sociale della chiesa. Come si è visto, furono in particolare le Acli di Dino Penazzato, caro alla memoria di tutti gli aclisti come “il presidente delle tre fedeltà” (alla classe lavoratrice, alla democrazia e alla chiesa), a creare le condizioni storico-culturali per fare del Primo Maggio la festa condivisa da tutti i lavoratori, a prescindere dalla loro appartenenza culturale, di tradizione socialista, comunista e cattolica.

Bibliografia

Casula C. F., Le Acli: una bella storia italiana, Anicia, 2008

Lovatti M., Giovanni XXIII, Paolo VI e le Acli, Morcelliana, 2019

PIO XII,  Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XV, Città del Vaticano, Tipografia poliglotta vaticana, 1954

Santi F. Santi F., Abbiamo portato avanti il dialogo con i cattolici, in Avanti!, a. LX, n. s. n. 104, 1 maggio 1956

Spadaro A., Sereni S.,  A partire da Gesù lavoratore, in La Civiltà Cattolica, quaderno 4081, 2020

Weldemariam H., Tudini F., Nanni A., Raccontare le Acli, in Azione sociale, n. 5, 2005

Primo Maggio: dov’è la festa?

Luigi Bobba«Il Primo Maggio “battezzato”» di Sara Simone e Luigi Bobba
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Bobba (Terzjus): “Coltivare e far crescere una cultura del bene comune e della solidarietà”

Il Terzo Settore è un insieme di enti di carattere privato che agiscono in diversi ambiti, dall’assistenza alle persone con disabilità alla tutela dell’ambiente, dai servizi sanitari e socioassistenziali all’animazione culturale. Spesso gestiscono servizi di welfare istituzionalee sono presenti per la tutela del bene comune e la salvaguardia dei diritti negati. Il Terzo settore esiste da decenni ma è stato riconosciuto giuridicamente in Italia solo con la legge delega 106 del 2016. L’attuazione della predetta riforma procede velocemente e, con la recente attivazione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, le organizzazioni non profit si stanno relazionando con nuovi adempimenti, riassetti strutturali, ma soprattutto con sfide e opportunità inedite.

I numeri del Terzo Settore in Italia

Il ruolo del Terzo Settore è notevolmente cresciuto in Italia, anche durante la difficile fase pandemica. Un universo che conta 375 mila diverse istituzioni tra associazioni, fondazioni e cooperative sociali, con un incremento pari al 25% rispetto allo scorso decennio. Gli italiani che partecipano ad attività associative sono 10,5 milioni, ossia un quinto della popolazione che ha più di 14 anni. L’apporto del Terzo Settore dell’economia è stimato in 80 miliardi di euro ed è pari al 5% del Prodotto interno lordo. Gli addetti sono oltre 900 mila – di cui il 70% sono donne – ai quali si aggiungono circa quattro milioni di volontari.

Riforma in Movimento

I numeri e l’azione del Terzo Settore hanno indotto  Terzjus – Osservatorio di diritto del Terzo Settore, della filantropia e dell’impresa sociale, in collaborazione con Italia non profit, a lanciare l’indagine digitale “Riforma in Movimento – Edizione 2022” alla quale sono chiamati a partecipare tutti gli enti non profit italiani con l’obiettivo di portare la voce e l’esperienza di chi la Riforma la vive in prima persona, all’attenzione dell’opinione pubblica e dei rappresentanti di reti e istituzioni nazionali ed europee. I risultati di questa survey confluiranno in un apposito capitolo del Terzjus Report 2022 in uscita nel mese di luglio. Interris.it in merito a questi temi ed al ruolo del volontariato in questo frangente storico particolarmente difficile, ha intervistato Luigi Bobba già presidente nazionale delle Acli, parlamentare e sottosegretario al Lavoro. Ora presidente di Terzjus, di Enaip Mozambico e del Comitato Global Inclusion.

L’intervista

Qual è stato e qual è il ruolo del volontariato in questo frangente storico nel quale si stanno susseguendo la pandemia e l’emergenza profughi dall’Ucraina?

“Le organizzazioni associative volontarie, quando c’è da rimboccarsi le maniche, sono pronte ad agire, anche interpretando un sentimento positivo presente più in generale nella popolazione – ma fornendo allo stesso una forma strutturata e organizzata. Dalla raccolta di beni e di denaro, all’invio di questi aiuti e adesso sicuramente nell’accoglienza delle persone che arriveranno e sono già arrivate in Italia dall’Ucraina (sono più di 75.000). Se non ci fosse questa rete avremo problemi molto più grandi, sia nelle nostre comunità che nella capacità di sostenere le persone coinvolte in questi eventi drammatici come sono la guerra e l’invasione russa dell’Ucraina”.

In che modo la Riforma del Terzo Settore può favorire lo stesso in questo frangente?

“Lo può favorire per tre ragioni. La prima perché, ad esempio, l’incentivo alle donazioni in denaro; il  35% per le Organizzazioni di Volontariato e il 30% per tutte le altre realtà associative possono essere una spinta  a corroborare  la propensione al dono. La stessa cosa vale anche sul versante delle donazioni dei beni in natura; recentemente una circolare ha regolamentato in modo molto più semplice la donazione di beni – in particolare da parte delle aziende – che non hanno più un rilievo fiscale come accadeva prima, non solo per farmaci o prodotti alimentari ma anche per tutte le altre tipologie di beni. In terzo luogo, perché c’è una nuova consapevolezza che, se non si creano reti di solidarietà, in un mondo sempre più incerto, precario ed esposto a continue emergenze, il rischio che le disuguaglianze crescano e che i più fragili vengano esclusi e tagliati fuori da una vita dignitosa è molto evidente”.

Che obiettivi si pone l’indagine denominata Riforma in Movimento di Terzjus?

“Si pone essenzialmente tre obiettivi. Il primo è quello di fare lo stato dell’arte sulla riforma dal punto di vista degli Enti del Terzo Settore cioè delle reti associative volontarie e cooperative; il secondo è di realizzare un check più specifico sul processo che è stato avviato in questi mesi con l’avvio del Registro unico sia per  coloro che sono in transizione perché già iscritti ai vecchi registri regionali sia per coloro che hanno fatto accesso ex novo .In terzo luogo, di verificare se i provvedimento che il Ministero del Lavoro ha emanato lo scorso anno, dal 5×1000 ai nuovi schemi di bilancio, dalla regolamentazione della donazione di beni in natura ai rapporti tra ETS e pubblica amministrazione. In particolare, vorremmo sapere se tali provvedimenti sono conosciuti, quale ne è la percezione e se sono stati utilizzati”.

Quali auspici si pone per il futuro del mondo del volontariato?

“Fondamentalmente due auspici, il primo è quello che il Ministero provveda sollecitamente a risolvere la parte fiscale, ossia far approvare il pacchetto di emendamenti che non è passato in legge di bilancio e, contestualmente che lo stesso Ministero invii subito la notifica alla Commissione Europea di quelle norme che richiedono un’autorizzazione comunitaria. Il secondo è che le Organizzazioni abbiano come priorità la necessità di coltivare e far crescere una cultura del bene comune e della solidarietà senza la quale – in un mondo sempre più esposto a crisi ed emergenze – la qualità del vivere di tutti e specialmente dei più deboli, peggiorerà rapidamente. Questo è un investimento da fare sulle generazioni più giovani, a cominciare dal Servizio civile universale, che non a caso è stato riformato nell’ambito della più generale riforma del Terzo Settore. Quindi, da un lato bisogna risolvere i problemi di natura fiscale e questo è responsabilità delle  istituzioni; dall’altro  gli enti debbono operare un investimento in materia di cultura, formazione e di promozione di esperienze concrete di solidarietà, in particolare tra le giovani generazioni”.

Leggi l’intervista di Interris.it del 3 aprile 2022

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Luigi BobbaBobba (Terzjus): “Coltivare e far crescere una cultura del bene comune e della solidarietà”
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Ri-fondata sul lavoro. Il lavoro come spazio per ripartire e promuovere solidarietà

Convegno

25 marzo 2022 – ore 10.00
Circolo ACLI SAN MATERNO – DORNO (PV) Via San Materno, 24

ACCOGLIENZA dei partecipanti
Battista CUCCHI – Presidente Circolo ACLI San Materno – Dorno Domenico GIACOMANTONIO – Presidente ACLI Pavia APS

SANTA MESSA celebrata da S.E. Mons. Maurizio GERVASONI
Vescovo di Vigevano e Delegato della Conferenza Episcopale Lombarda per la Pastorale sociale e del lavoro e la formazione socio-politica

Martino TRONCATTI – Presidente ACLI Lombardia APS

Luigi BOBBA – Presidente Terzjus – Osservatorio di diritto del Terzo Settore e già Presidente nazionale delle ACLI
Roberto CESA – Responsabile ACLI Rete Lavoro – Bergamo
Renata PANAS – Responsabile Sportelli Lavoro ACLI Pavia

Pierfrancesco DAMIANI – Responsabile Comunicazione ACLI Pavia APS

I lavori si concluderanno con un pranzo conviviale

Necessaria prenotazione e conferma di parteciazione segreteria@aclipavia.it / segreteria@aclilombardia.it

Luigi BobbaRi-fondata sul lavoro. Il lavoro come spazio per ripartire e promuovere solidarietà
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Terzo settore: usiamo il Registro unico come leva per il 5×1000

Il presidente di Terzjus, Luigi Bobba, commenta i primi dati sul Runts: 61mila organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale trasmigrate, 3mila nuove richieste di iscrizione. Propone di realizzare una campagna che convinca quell’italiano su due che ancora non déstina il 5×1000 a farlo e ipotizza un Fondo per la repubblica solidale analogamente a quanto fatto per la povertà educativa

Sono 61mila gli enti già iscritti ai precedenti registri delle Organizzazioni di volontariato – Odv e delle Associazioni di promozione sociale – Aps che sono stati “trasmigrati” nel nuovo Registro unico del terzo settore – Runts.

Il dato arriva da Claudio Gagliardi, vicesegretario generale di Unioncamere, che ha avuto l’incarico dal ministero del Lavoro di curare l’architettura informatica del Runts. Dunque, a tre mesi dalla partenza del Runts, i dati del 70% delle Aps e delle Odv sono stati trasferiti nel nuovo registro e circa 3mila domande di enti, non già precedentemente iscritti, sono arrivate agli uffici delle Regioni a ciò preposti. Appare pertanto ragionevole pensare che entro poche settimane gran parte delle 88mila Aps e Odv saranno “trasmigrate”.

Dunque una buona partenza per il Registro che – come ha scritto Antonio Fici, – presenta tre punti di forza: ha una struttura interamente informatica; è “unico”, nel senso che ricomprende tutte le diverse categorie degli enti di Terzo settore; è “nazionale”, ovvero consente un’uniforme applicazione delle norme del Codice del Terzo Settore – Cts in tutte le diverse Regioni del Paese. Indubbiamente, il risultato più importante dell’azione intrapresa dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando che, diversamente da coloro che lo hanno preceduto in quella responsabilità nei due Governi presieduti da Giuseppe Conte, ha impresso un’accelerazione oltremodo necessaria e alquanto attesa. Lo stesso dicasi per l’emanazione delle Linee guida (D.m. 72/2021) che affrontano compiutamente gli aspetti applicativi degli istituti dell’Amministrazione condivisa (art.55,56,57 del Cts).

Ora, il successo del percorso di formazione incentrato su queste Linee guida e realizzato da Anci su incarico del ministero del Lavoro – che vede una partecipazione di più di 1.000 tra amministratori degli enti locali, funzionari delle amministrazioni territoriali e quadri degli Ets -, attesta la bontà della strada intrapresa.

Resta invece ancora in stand by l’invio da parte del ministro Orlando della notifica alla Commissione Europea di alcune norme fiscali del Cts soggette all’autorizzazione comunitaria prima di essere recepite nel nostro ordinamento. Il tema presenta certo degli elementi di complessità, ma questo atto risulta particolarmente importante, in primo luogo per non lasciare in mezzo al guado il mondo delle Onlus e frenare lo sviluppo e la crescita delle nuove imprese sociali; in secondo luogo, la mancata adozione di tali norme produce un’oggettiva penalizzazione per gli Ets: ogni anno, circa 90 milioni della originaria dotazione di risorse della Riforma, anziché finanziare regimi fiscali più favorevoli, vengono restituiti al bilancio generale dello Stato. E d’altra parte, serve precisare che diversamente da quanto dichiarato dalla vice-ministra all’Economia, Laura Castelli, tale atto ricade unicamente sotto la responsabilità del titolare del dicastero del Lavoro, e non richiede alcun formale concorso da parte del Tesoro (anche se è sempre necessaria una leale collaborazione tra amministrazioni diverse). Se è vero che tali norme presentano alcune criticità e interpretazioni non sempre univoche, non è infondato ritenere che tali criticità si possano superare ricuperando, mediante il decreto “Sostegni ter” ora in discussione al Senato, quegli emendamenti correttivi già concordati con il Forum del Terzo settore, e poi non recepiti nella legge di bilancio.

Dunque notifica alla Commissione europea al fine di ottenere l’autorizzazione comunitaria più il Social bonus (che pare in dirittura d’arrivo) sono i due capitoli da portare rapidamente a conclusione, eliminando o per lo meno riducendo quell’area di incertezza ancora presente e lasciando senza argomenti i critici della Riforma.

Nondimeno si potrebbero metter in campo due azioni promozionali di grande valore simbolico e anche di notevole ricaduta pratica.

Mi riferisco alla più volte auspicata campagna promozionale del 5 per mille. È noto infatti che solo poco più della metà dei contribuenti con tassazione positiva utilizzi la facoltà del 5 per 1000. Perché non provare a raggiungere con un messaggio positivo quell’altro quasi 50% di contribuenti che finora non si è avvalso di questa facoltà di sostenere le attività di uno degli Enti del Terzo settore?

Tra l’altro, questo sarebbe anche il momento più opportuno per una duplice ragione: perché i tempi di erogazione del beneficio sono stati dimezzati (da due anni ad uno) e perché, in forza della nuova regolazione prevista dal Cts, si può presumere che aumenterà il numero degli enti beneficiari, oggi attestato a più di 70mila.

In secondo luogo, c’è da domandarsi se non si debba varare un “Fondo per la Repubblica solidale” analogamente a quanto disposto nel dl. 152/2021, art. 29 con il “Fondo per la Repubblica digitale”. In breve, riprodurre con diversa finalità (formazione e inserimento al lavoro dei Neet, welfare di comunità, inclusione al lavoro dei soggetti diversamente abili) quanto realizzato con successo con il “Fondo per la lotta alla povertà educativa minorile”. Le risorse per “spesare” un consistente credito di imposta da attribuire alle Fondazioni bancarie che aderiranno al Fondo, potrebbero rinvenire dalle somme non spese in diversi provvedimenti che hanno riguardato gli enti del Terzo settore.

Un Fondo per accrescere le ambizioni e le capacità del Terzo settore di essere una struttura portante del Paese e per conseguire risultati qualificanti in termini di inclusione sociale e lavorativa dei soggetti più fragili della popolazione.

Leggi l’articolo di Luigi Bobba su Vita.it del 28 febbraio 2022

 

 

Luigi BobbaTerzo settore: usiamo il Registro unico come leva per il 5×1000
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Registro unico, i nuovi iscritti sono 485

L’analisi dei dati ad oggi 18 febbraio a quasi tre mesi dall’avvio del RUNTS. Fra gli enti sin qui iscritti: 68 sono fondazioni, 2 sono società di mutuo soccorso, i restanti 415 sono associazioni. Si tratta di enti che precedentemente non comparivano nei vecchi registri di settore delle organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e Onlus

Dal 24 novembre dello scorso anno è consentito agli enti che lo desiderino (l’iscrizione è infatti sempre opzionale) iscriversi nel RUNTS al fine di ottenere la qualifica di ente del terzo settore ed eventualmente anche la personalità giuridica di diritto privato (quest’ultima, in verità, è un’opzione soltanto per le associazioni, ma non già per le fondazioni, che senza la personalità giuridica non esisterebbero in quanto tali). Per chi lo voglia, un elenco di enti iscritti al RUNTS, aggiornato quotidianamente, è disponibile nel sito del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Lo abbiamo consultato oggi 18 febbraio 2022, a quasi tre mesi dall’avvio del Registro: risultano 485 enti nuovi iscritti. Si tratta enti che precedentemente non comparivano nei vecchi registri di settore delle organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e Onlus e che quindi si sono iscritti ex novo al Runts.

Leggi l’articolo di di Antonio Fici su Vita.it del 18 febbraio 2022

Luigi BobbaRegistro unico, i nuovi iscritti sono 485
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Fondazione Roche “Volontariato di competenza: un’opportunità per il sistema del paese”

Accanto alle gravissime problematiche di carattere sanitario, sociale ed economico che ha causato, la pandemia da Covid 19 ha costituito per la società civile l’occasione per elaborare nuove modalità di sostegno nei confronti delle diverse forme di disagio che sono emerse. Tra queste va segnalata anche l’esperienza del “volontariato d’impresa”, che ha coinvolto anche Roche Italia e che ha consentito di porre al servizio dei bisogni della collettività le competenze dei suoi collaboratori che hanno volontariamente aderito alla proposta. Una simile esperienza ha attirato l’attenzione anche di Terzjus, Osservatorio di diritto del Terzo Settore, della filantropia e dell’impresa sociale, che ha intrapreso con Fondazione Roche una collaborazione finalizzata ad approfondire i profili e le caratteristiche di questa tipologia di volontariato, su cui si sofferma il Presidente di Terzjus, On. Luigi Bobba, nell’editoriale che segue.

L’ultimo post su facebook del Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, prematuramente scomparso, era dedicato ai giovani volontari siciliani che hanno rapidamente ripulito la marna della Scala dei Turchi deturpata il giorno prima da vandali. Il Presidente era un convinto sostenitore della funzione del volontariato quale generatore del bene comune nonché’ di volano di uno sviluppo economico equo e sostenibile, non solo dell’Italia, ma di tutti gli Stati membri.

Se questo è ormai un dato assodato, avvalorato anche da evidenze economiche e sociali, il volontariato di competenza, nell’ambito più generale delcorporate volunteering, sta ora facendo breccia nel tessuto aziendale e sociale, ma non è ancora riconosciuto in quello legislativo-istituzionale.

Infatti, Il volontariato di competenza, inteso come progetto in cui l’impresa incoraggia, supporta o organizza la partecipazione attiva e concreta del proprio personale alla vita della comunità locale, anche attraverso il sostegno ad Enti di terzo settore, durante l’orario di lavoro, è un significativo nuovo trend emergente in Italia che presenta sfide così come opportunità per tutti gli stakeholders coinvolti.

Ben distante quindi da forme di mecenatismo, questa attività permette, se ben strutturata ed organizzata, di ancorare maggiormente l’azienda alla comunità e al territorio di riferimento, in particolare in assenza di stabilimenti produttivi, e al contempo di rafforzare e migliorare le competenze trasversali del collaboratore, l’identificazione dello stesso con l’azienda e la crescita del valore sociale dell’impresa.

A questo proposito, è bene sottolineare che la recente emergenza epidemiologica da COVID-19 ha originato l’opportunità per un consolidamento più organizzato di talune esperienze di volontariato di competenza, in precedenza piuttosto saltuarie, di cui Roche è un esempio concreto.

L’esperienza del volontariato di competenza riveste, dunque, profili particolarmente innovativi e apre prospettive differenti per la collaborazione tra imprese e Terzo settore, meritevoli di un approfondimento.

Ciò posto, mediante un percorso virtuoso e innovativo, il welfare aziendale come modalità di riconoscimento della produttività del lavoratore, nonché come strumento di conciliazione tra vita familiare e attività professionale, può costituire uno strumento decisivo per la partecipazione delle aziende a forme di attività di volontariato di competenza, mediante il coinvolgimento dei propri dipendenti. A questo riguardo, non è, infatti, da sottovalutare l’aspetto reputazionale che discende dallo sviluppo e dall’attuazione di un modello aziendale che incentivi simili iniziative, conciliando le finalità lucrative con gli obiettivi sociali e di interesse generale.

L’Osservatorio di diritto del Terzo Settore, della filantropia e dell’impresa sociale, Terzjus, in linea con la propria vocazione, ha deciso di approfondire la tematica del volontariato di competenza, grazie anche alla collaborazione della Fondazione Roche, attraverso una ricerca tesa a valorizzare tale prospettiva all’interno del welfare aziendale, dunque come possibile policy delle organizzazioni profit finalizzata all’introduzione in forma strutturata  del volontariato di competenza, quale parametro incremento della produttività.

La ricerca dovrebbe infatti far emergere, attraverso l’analisi di esperienze presenti in aziende con business differenti e diversificati, come il volontariato di competenza, pur non essendo uno strumento economico, sia capace di incrementare il valore economico generato e quindi diventare esso stesso un indicatore della produttività, passibile quindi di una valutazione economica che potrà essere ridistribuita tra i collaboratori aziendali, attraverso forme come il premio di produttività.

Luigi Bobba

Presidente Terzjus – Osservatorio di diritto del Terzo Settore, della filantropia e dell’impresa sociale

Luigi BobbaFondazione Roche “Volontariato di competenza: un’opportunità per il sistema del paese”
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